TourFest 2025 | Un cammino performativo di sedici ore tra natura e consapevolezza
A Campsirago, antico borgo rurale a 670 metri di altitudine circondato da boschi di castagni e faggi, la pianura e la città sembrano distanti anni luce, nonostante, nelle giornate serene, si possano scorgere in lontananza le Tre Torri. Ma qui, a 40 minuti da Milano, il caos metropolitano non si sente e il legame con la natura si fa più vivo e presente che mai.
Nelle lunghe giornate d’estate, sul monte dedicato al santo protettore degli attori, Palazzo Gambassi, edificio quattrocentesco che dal 2008 è diventato sede di Campsirago Residenza, centro di ricerca e produzione delle arti performative nel paesaggio, ospita Il Giardino delle Esperidi Festival, svoltosi quest’anno dal 3 al 13 luglio, con performance “dal tramonto all’alba e dall’alba al tramonto”.
Il tema di questa edizione è “Miti e rituali”, in collegamento con la forte carica spirituale che i luoghi del Monte di Brianza hanno sempre avuto, interpretata nei secoli da varie religioni e varie forme di culto. Infatti al mio arrivo all’ultimo fine settimana di festival, oltre a Michele Losi, direttore artistico e anima del Giardino delle Esperidi, a Campsirago incontro Seigaku, monaco Zen giapponese che ci ha accompagnati per tre giorni di attività nella natura, insegnandoci a piccoli passi la sua filosofia di vita.
Il mio primo giorno a Campsirago: un rituale Zen, il cammino cinematografico di Mario Bianchi, il Canto Popolare di Camilla Barbarito, Barbablù e il Frankenstein dei Motus
Il mio viaggio nel Monte di Brianza comincia venerdì 11 luglio con una pratica Zen: Antenati. A Quiet Gratitude, dedicata al ricordo e all’enunciazione dei nomi degli antenati, senza i quali la nostra vita non esisterebbe. Seduta con gli altri partecipanti sul parquet di una stanza al primo piano della Residenza, in presenza di doni quali l’acqua, i fiori, la frutta e l’incenso, ricostruisco l’albero genealogico della mia famiglia, per poi cantare insieme agli altri i nomi dei miei avi e ciò che li caratterizzava. Un’esperienza intensa, fonte di consapevolezza e di profondità, che fa emergere un’onda di emozioni fino a quel momento sopite o represse: dalla nostalgia al risentimento, dalla gratitudine a quel pizzico di vergogna per aver dimenticato i nomi dei bisnonni. Non deve esserci per forza gratitudine, ricorda Seigaku, ma è necessario pronunciare i loro nomi, poiché da loro proviene la nostra vita. Così come, quando si mangia, è importante ricordare l’origine di ciò che ci nutre e restituire alla natura una piccola parte del nostro pasto, spargendone le briciole nella terra. Tra scetticismo e resistenza, piano piano mi lascio coinvolgere dalla ritualità del momento, accettando anche ciò che mi appare scomodo o doloroso, per entrare nella profondità dell’esperienza della pratica.
Dopo una breve pausa nell’aria fresca del cortile di Palazzo Gambassi, passata a tentare di ricordare altri nomi e altri parenti sparsi per le Americhe, torniamo nella stessa sala per visionare il “videomaggio” che Mario Bianchi ha dedicato alle Esperidi, sul tema del cammino: Camminare dentro la luce. Il cammino nel cinema. Un percorso possibile celebra il camminare, non solo come movimento ma anche come simbolo di speranza, resistenza e cambiamento, attraverso le immagini di film che hanno fatto la storia del cinema e che hanno messo in scena sul grande schermo l’azione stessa del cammino.
Nella luce calda del tramonto, l’atmosfera si accende con Cargo Sentimento Popolare d’assalto di Camilla Barbarito, che riempie della sua musica e della sua energia il cortile della Residenza. Accompagnata sul palco da Fabio Marconi, chitarrista e co-arrangiatore, Alberto Turra alla chitarra elettrica e Stefano Grasso alla batteria, attraversa con disinvoltura vari paesi e varie sonorità della World music, passando dal rock e al folk, dal West Africa al Balkan, senza dimenticare la musica tradizionale italiana e internazionale. È così che dall’Albania si viene trasportati verso l’Iran e poi alla Puglia, in un turbinio dove non è necessario capire la lingua per lasciarsi trasportare dalle sonorità vivaci e dall’intensità emotiva e primordiale della musica popolare. La grande espressività delle musiche è amplificata dall’interpretazione di Barbarito, che ricrea canti e suoni che arrivano da lontano.
Campsirago Residenza, Barbablù, Il Giardino delle Esperidi 2025, ph. Alvise Crovato
Dopo cena, la serata prende una piega diversa, con due spettacoli sulla violenza e sull'ineliminabile inclinazione dell’animo umano a fare del male. Barbablù, prodotto da Campsirago Residenza per la regia di Michele Losi e basato sulla drammaturgia di Sofia Bolognini, ha come tema il male assoluto. Di Barbablù, in scena, c’è però solo la barba, mentre sul palco, vestiti di blu e grigio, come i teli che circondano e fanno da fondale, sono due ragazzi, interpretati da Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza, protagonisti e testimoni di tutto il male del mondo. In scena si dispiegano tutte le declinazioni del male e della violenza, che conseguono sempre a un rapporto sbilanciato, in cui l’esercizio del potere porta con sé la sete di brutalità e di sopraffazione. Barbablù è l’incarnazione stessa del male, che genera una catena di soprusi che è necessario spezzare a tutti i costi. La domanda finale è proprio questa: è possibile spezzare questa catena, quando si è immersi in un sistema interamente pervaso da quella violenza? Ucciso Barbablù, i due ragazzi sperano di ricominciare, con una nuova stagione libera dalla violenza, che però assomiglia in modo inquietante a quella precedente.
L’ultimo spettacolo della giornata va in scena poco prima della mezzanotte nel cortile di Palazzo Gambassi. Daemon, secondo lavoro dei Motus su Frankenstein, si inserisce in una ricerca pluriennale sul tema ed è il preludio al secondo atto del Frankenstein_dipych, che prende il nome di Frankenstein (A History of Hate). Se il primo atto, Frankenstein (A Love Story), che aveva debuttato nel 2023, aveva mostrato la Creatura prendere vita e “guardare gli umani dallo spioncino” con amore, per tentare di comprenderli e di somigliare a loro, in Daemon questo amore mai corrisposto si trasforma in odio viscerale e senza ritorno. Il prologo fotografa il click, l’istante in cui il dolore del rifiuto straripa in una rabbia incontenibile e distruttiva, che porta la Creatura a “dichiarare guerra al genere umano” per annientarlo. In scena si vede Enrico Casagrande nei panni della Creatura, interamente coperto da teli e abiti neri, dimenarsi in preda alla rabbia più violenta, reagire al sopruso e al rifiuto con altrettanto rancore, urlato in modo drammatico rivolgendosi agli spettatori. Di fronte a lui, entrata insieme agli spettatori dall’ingresso principale della Residenza, Alexia Sarantopoulou lo illumina con una luce bianca e accecante sulla fronte, che costringe chiunque le stia di fronte ad abbassare lo sguardo, muovendosi dal fondo del cortile fino agli scalini che dividono lo spazio scenico dal pubblico seduto per terra. È Mary Shelley, che con uno specchio e un proiettore crea giochi di luce per la sua Creatura, prima di esplodere in un urlo straziante, spogliandosi del suo abito verde per rimanere nuda di spalle agli spettatori. Al dispiegarsi della rabbia e dell’impeto segue un momento più intimo tra la creatrice e la Creatura, come la quiete dopo la tempesta. Solo con lei, la sua vera madre, con l’unica che l’abbia voluto realmente, il mostro riesce a sentirsi compreso e chiede ancora l’amore, una compagna simile a lui che sappia amarlo nonostante il suo aspetto. Alla fine, sul palco, dopo lo scorrere di un testo che identifica la rabbia come l’energia che muove l’uomo, compare anche Daniela Niccolò, che invita il pubblico a riflettere sulla violenza e sull’odio che permeano i nostri giorni ricordando la guerra in Ucraina e mostrando la bandiera della Palestina, prima di leggere il comunicato dell’Assemblea dei Lavoratori dello Spettacolo sulla situazione attuale della cultura in Italia. Lo spettacolo si fa quindi portatore di un messaggio per il presente, perché proprio dall’osservazione del presente è nata la ricerca, che si concluderà nel 2026 con Òdio, un’indagine sociale su adolescenti violenti in quanto a loro volta vittime di violenza.
Motus, Daemon, Il Giardino delle Esperidi 2025, ph. Alvise Crovato
Il mio secondo giorno a Campsirago: Just Walking, La libertà dei ciottoli e il DJ set di Sotterraneo
Nel pomeriggio di sabato 12 mi aspetta Just Walking, pratica di cammino consapevole per le vie di Olgiate Molgora, già presentata durante l’edizione del 2024.
Il cammino è parte integrante anche della performance site-specific di e con Francis Sosta, Like A Whisper Do Not Scream, che conduce lo spettatore dall’interno della Residenza attraverso il bosco, fino all’altare di pietra dell’età del ferro, vicino a Campsirago, con una performance dedicata alla celebrazione dell’acqua e della sacralità femminile, che coglie con la sua ritualità lo spirito del luogo, un tempo dedicato ai riti di fertilità delle donne.
Verso sera il tenore cambia radicalmente, con il monologo di Tommaso Cheli, terzo e ultimo capitolo del progetto La libertà dei ciottoli di Kronoteatro, che esplora il tema della libertà di scelta in un sistema sociale, naturale e relazionale ricco di condizionamenti. Porta in scena la fragilità che spesso accompagna una sensibilità non comune. Avvolto in un grande costume dai colori sgargianti, pieno di frange e pon-pon azzurri e rosa, Marcello racconta al pubblico la storia della sua vita, segnata in tutte le sfere da una caratteristica che lo distingue dalla maggior parte di coloro che lo circondano: una voce flebile e minuta, che mal nasconde la sua profonda emotività. Il contrasto con gli altri esseri umani, in primis con la sua famiglia di origine, risulta evidente nei cambi repentini del tono della voce e nell’uso di accenti regionali marcati e rozzi per le persone che ha incontrato. L’effetto comico nasconde l’amarezza per l’incomprensione e la superficialità a cui è costretto il protagonista, condannato a una solitudine forzata e a un senso di inutilità e di inettitudine. Il monologo si chiude con un momento di silenzio, in cui Marcello si fa piccolo piccolo, fino a chiudersi in sé stesso nell’immagine iniziale di un cuore che batte, mentre il pubblico, ormai affezionato e commosso dalla tenerezza del suo personaggio, lo ricopre di applausi.
Alle 22.45 arriva il momento di fare festa: è sabato sera e Sotterraneo ha preparato un DJ set che è anche una performance teatrale, in cui lo spettacolo è il pubblico stesso che balla.
Errando per antiche vie: sedici ore di cammimo, venti chilometri nella natura, sette chakra
“Ogni passo è un dojo”, un luogo della pratica: non esiste separazione tra la vita e la pratica Zen. Così come non conta più il singolo, ma il gruppo, la collettività in cammino: questi i principi che accompagneranno me e gli altri partecipanti in questa lunga giornata. Siamo una trentina, sono le 5.45, il sole sta sorgendo su Mondonico e Michele Losi, insieme al monaco giapponese Seigaku, dà avvio a Errando per antiche vie, un cammino di 16 ore, 20 chilometri e 850 metri di dislivello. Tappa finale: Monte Barro.
La montagna si sta svegliando insieme a noi e piano piano, lungo il cammino, impareremo a conoscerne il respiro e il movimento. Nella filosofia Zen, camminare significa connettersi con ciò che ci circonda, con la sua energia vitale, ed è strumento di conoscenza di noi stessi e del mondo: “Conoscere sé stessi è dimenticare sé stessi, cioè farsi attraversare dalla natura”, secondo Seigaku. Neanche le montagne sono ferme, ma “camminano sempre”, muovendosi nel continuo cambiamento che attraversa anche gli esseri umani, a loro uniti dalla connessione profonda che pervade tutta la natura.
La profondità dell’esperienza richiede due regole di base: il silenzio e la disconnessione digitale. Il Monte di Brianza, luogo fragile, accerchiato, abbandonato, ma rimasto salvo dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione che ha colpito i territori circostanti, dall’alto ricorda una figura sdraiata: un “Buddha silente” o addormentato, che nel buddismo rappresenta la fase della vita terrena più vicina al Nirvana, ossia alla pace e alla felicità assolute. I sette punti cardinali del cammino corrispondono ai sette chakra del corpo umano, ossia ai centri energetici attraverso cui avviene il passaggio dell’energia universale all’uomo: in questi luoghi, sette performance interpretano la carica simbolica e spirituale del luogo. Seguendo il percorso dell’energia vitale (Kundalini) all’interno del corpo umano e la sua elevazione verso la consapevolezza, attraversiamo questo corpo di pietra e di alberi dall’alba al tramonto, passando dal mezzogiorno e fino alla notte, comprendendo i quattro momenti cardine della giornata in un unico cammino performativo.
