Racconti dalla Settimana delle Residenze Digitali | Quanto dice di noi il nostro desktop?
Dal 9 al 13 dicembre la Settimana delle Residenze Digitali torna a esplorare le nuove frontiere dell’arte performativa online. Giunta alla sesta edizione, l’iniziativa sostiene artiste e artisti delle performing arts che sperimentano le possibilità creative dello spazio digitale, proponendo al pubblico le restituzioni dei quattro progetti vincitori di quest’anno: Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte di Mara Oscar Cassiani, Molka di Benedetta Pigoni (regia di Giammarco Pignatiello), Screenvestigation di Albert Figurt ed Eburnea di Boris Pimenov.
Abbiamo avviato una conversazione con Albert Figurt, autore della performance Screenvestigation. Il lavoro nasce da una lunga ricerca sul rapporto tra immagini in movimento, pratiche digitali e trasformazioni tecnologiche, esplorando lo screencast storytelling come nuovo linguaggio performativo. Screenvestigation mette al centro il desktop – ultimo spazio non condiviso della nostra vita digitale – trasformandolo in un luogo intimo, multiforme e sorprendentemente rivelatore. Attraverso un formato one-to-one, la performance instaura una relazione diretta con lo spettatore, che è invitato a condividere il proprio schermo e quindi una parte di sé, consapevole o nascosta. L’indagine si concentra sulle tracce, le orme e le “vestigia” binarie che abitano i nostri doppi informatici - slatentizzandone dunque abitudini, desideri, omissioni. Ne emerge un’esperienza che interroga il modo in cui abitiamo il digitale, proponendo una riflessione sulla nostra identità online e su ciò che accade quando due persone si incontrano senza vedersi, lasciando che sia il loro desktop a dare inizio al racconto.
Della tua formazione e del tuo studio, in particolare riguardo a cinema e audiovisivo, che cosa porti oggi nel tuo lavoro?
La mia formazione è lunga e frastagliata, fitta di colpi di scena, scavalcamenti, deviazioni.
Il primo approccio in assoluto è musicale: il lato materno della mia famiglia è in gran parte composto da musicisti professionisti, per cui anche per me si profilava una carriera di quel tipo. Mia madre, violinista, avrebbe voluto che seguissi le sue orme, ma per un bambino di tre anni il violino è decisamente uno strumento troppo complicato, scomodo e scoraggiante; inutile dire che mi sono subito fiondato sul vicino pianoforte. Molto più facile e intuitivo, il piano è una delle primissime “macchine computazionali analogiche” della storia umana: si preme un bottone e si ottiene all'istante un output discreto, preciso e ripetibile.
Alla fine del liceo ho lasciato il Conservatorio - dove nel frattempo ero a metà dell'iter pianistico classico - continuando tuttavia a studiare musica da autodidatta, esplorando quindi nuovi strumenti, stili e registri musicali, fino ad includere il jazz e la batteria. Nel frattempo mi ero iscritto al DAMS di Bologna, sezione Cinema: un milieu molto peculiare e dalla storia spumeggiante, che mi ha permesso di approfondire il linguaggio delle immagini in movimento filtrandolo attraverso le lenti dell'antropologia, della semiotica e della filosofia.
Tuttavia anche quell'esperienza mi sembrava riduttiva, per cui ho interrotto l'università e mi sono trasferito a Milano per lavorare in televisione come tuttofare, una gavetta che ha totalmente ridisegnato le mie competenze e accresciuto il mio know how pratico!
Credo che la mia propensione verso l’improvvisazione intermediale venga da questo insolito background da polistrumentista curioso e fantasista audiovisivo: improvvisare come modalità di interazione, co-creazione e riscoperta interiore. Non è un caso se anche il lavoro che porto alle Residenze Digitali è per metà basato su un dialogo imprevedibile con lo spettatore: tutto sta nella sua capacità o volontà di seguirmi, di “venirmi dietro”. Se accoglie le mie suggestioni - dunque non è timido, ma neanche chiuso o scontroso - allora può nascerne un video-duetto interessante
Albert Figurt
Il tuo attuale focus di ricerca riguarda le trasformazioni delle immagini in movimento e il rapporto tra cinema, nuovi media e digitale. Come nasce questo interesse? E quale percorso ti ha portato a lavorare oggi con lo screencast storytelling?
Dopo l'esperienza milanese ho scelto di andare a vivere ad Amsterdam, dedicandomi al montaggio digitale, alla videoarte e alle performance interattive. In questa fase ho iniziato a "incontrare" sempre più spesso il teatro, in particolare tramite lavori di videomapping o di scenografia dinamica.
Mi sono trovato nei Paesi Bassi - una realtà molto ricettiva per quel che riguarda new media e innovazione tecnologica - in anni cruciali. Tra il 2007 e il 2012 l'assetto mediale globalizzato è stato radicalmente stravolto da una serie ininterrotta di innovazioni dirompenti: penso all'esplosione della galassia YouTube, ai contenuti generati dagli utenti, alla condivisione pressoché istantanea degli stessi tramite il nuovo ecosistema del web 2.0 partecipativo, ai primi esperimenti di social network, all'irruzione nell'infosfera planetaria di un oggetto tascabile ma potentissimo come lo smartphone.
Come nasce Screenvestigation con l’idea di rendere il desktop uno spazio performativo?
Dal 2009 sono parte del collettivo INC (Institute of Network Culture) di Amsterdam, un think tank di ricercatori e artisti interessati all'impatto estetico, sociologico e politico delle tecnologie che caratterizzano la società delle reti. In particolare, la mia attività come independent researcher si colloca nel filone Videovortex, teso a rintracciare fratture e risemantizzazioni del variegato universo post-cinematico contemporaneo. In quest'ambito nasce alla fine del 2019 Desktopia, progetto saggistico sospeso tra speculazione e creatività che mirava ad analizzare quegli strani artefatti - film, performance, corti d'autore - che si sviluppano interamente all'interno dell'interfaccia grafica di un computer, rinunciando dunque a videocamere, luci e attori per concentrarsi sulla tecnica della screen capture.
Con l’arrivo della pandemia a inizio 2020 il mio tema di ricerca si è tramutato all'istante in un incubo condiviso su scala planetaria: Zoom, Meet, Webex sono diventati il nostro habitat quotidiano, la vita sullo schermo una dolorosa necessità, l'esperienza confinata al terminale una seconda natura con la quale chiunque è stato costretto a confrontarsi.
In parallelo, quello che voleva essere un libro si è trasformato prima in un blog di ricerca, poi in un contenitore di articoli e video, quindi in un paio di semestri come visiting researcher & artist-in-residence negli Stati Uniti, infine in un laboratorio itinerante. Mancava l’ultimo tassello: qualcosa di performativo, live, improvvisato. La selezione di Residenze Digitali è arrivata nel momento perfetto.
Screenvestigation affronta il tema dello screencast storytelling e lo rapporta al pubblico. Inoltre, avviene one-to-one, portando a una relazione intima con ogni singolo spettatore. Cosa comporta questa tipologia di relazione?
Viviamo in un mondo di visibilità assoluta, condividiamo tutto con tutti, sia nel mondo digitale che in quello concreto - tra l'altro, sempre più mediato dal digitale. L’ultimo luogo non condiviso è il nostro desktop, una sorta di stanza del crimine benevolo, dove non tratteniamo qualcosa di disdicevole, ma di semplicemente nascosto, una quota di privacy ormai quasi impossibile da ottenere.
In questi giorni ho tenuto dei workshop nelle Marche e all’Università di Urbino, facendo lavorare i partecipanti a coppie: osservare il desktop dell’altro, formulare ipotesi su chi è e cosa nasconde, poi chiedere conferma o smentita. La reazione era sempre la stessa: shock all’inizio, poi fascinazione. Nella vita reale, quando fai entrare qualcuno in casa, non lo porti subito in camera da letto, ma in salotto; nelle videocall, mostri il “salotto digitale”: PowerPoint, PDF, documenti condivisi. Il desktop principale, la scrivania, rimane insomma un luogo inviolato.
La mia performance tocca esattamente questo tasto. Siamo io e te che proviamo a concentrarci sul tuo schermo. Sembra quasi un paradosso. Sarebbe legittimo domandarsi: “Perché devo pagare per vedere uno spettacolo che si svolge sul mio computer?” È proprio qui è il punto. Tramite questo stratagemma si vive la digital liveness al massimo livello: non guardi qualcosa in diretta ma sei dentro qualcosa in diretta (che ti riguarda da vicino). La performance parte insomma da quello che vediamo prima ancora di connetterci e quindi si crea una relazione simbiotica e intima.
Diventa quindi interessante, per lo spettatore, capire il modo in cui vive il desktop: molte persone usano il computer solo come trampolino per andare in rete; altri preferiscono uno schermo asciutto e conservano i dati in cloud e drive; altri ancora hanno un approccio da accumulatori e archiviano e producono materiale.
La performance esplora questo contenitore apparentemente neutro ma che è invece estremamente vivo.
Lo spettatore è chiamato a condividere una parte del proprio sé. Credi che questa identità digitale sia la più autentica, la più costruita, o semplicemente un’altra ancora e diversa rispetto a quella della vita offline?
Penso che sia la forma più autentica, in particolare se lo spettatore non è a conoscenza che deve condividere il suo schermo e quindi non si formalizza a metterlo in ordine. La performance, comunque, non è basata unicamente sullo spettatore: c’è una cornice ospitante, spero giocosa e divertente, sicuramente dadaista e filosoficamente stimolante.
Qual è il significato che Screenvestigation attribuisce alle tracce lasciate sullo schermo?
Il senso di questo spettacolo è nel titolo. Screenvestigation è un gioco di parole tra inglese e italiano, tra "screen" e "vestigia". Nella nostra lingua romanza, "vestigia" sta per tracce, ricordi, eco - ma anche documenti, orme e residui. In questo spettacolo troviamo rovine telematiche, files abbandonati o dimenticati, ombre di vecchi dispositivi o backup polverosi. Sono tutti strati della nostra psiche esternalizzata, “abitudini digitali” invisibilizzate dalla routine e dall'abitudine.
Nel tuo lavoro il desktop si rivela come uno spazio digitale dotato di una propria materialità. Eppure, nell’uso quotidiano, è spesso percepito come un “non-luogo”: uno spazio funzionale, attraversato senza che produca identità o appartenenza. Alla luce della tua ricerca, il desktop può essere considerato un non-luogo oppure mantiene la sua identità e la sua capacità di raccontare chi lo utilizza?
Il desktop diventa un “non luogo” solo quando smette di essere abitato e quando la necessità di accesso immediato alla rete - propria della maggior parte delle persone che usano un computer - lo rende marginale. In realtà resta uno spazio di lavoro e di archiviazione, erede della dimensione offline da cui nasce, e continua a registrare le nostre pratiche digitali. Anche quando è vuoto o nascosto dice qualcosa di chi lo usa. Proprio per questo non lo definirei un non-luogo: è uno spazio identitario, che può essere sovraccarico, minimale, ordinato o caotico, e racconta modi simili o diversi di abitare il digitale.
Hai sviluppato la tua ricerca con incontri e osservazioni condotte offline, venendo a contatto con molte persone. Come si traduce questo materiale nel formato di una performance interamente digitale e in che modo il dispositivo dello schermo diventa lo spazio in cui questa relazione prende forma?
Il punto di partenza del lavoro è proprio il rapporto tra online e offline. La performance si svolge in rete, ma una volta online l’attenzione si sposta sul desktop, che è qualcosa di offline. In origine avevamo pensato anche a una versione analogica dello spettacolo: un “confessionale laico” composto da due cabine, ciascuna con un monitor e un collegamento HDMI. I partecipanti entrano con un laptop, condividono vicendevolmente il loro desktop e iniziano a conversare senza vedersi, di fatto replicando fisicamente la stessa logica che anima la performance digitale disincarnata. Il centro del lavoro però resta lo stesso: la volontà di creare uno spazio di libertà e di intimità che apre a una domanda centrale: cosa succede quando due persone si incontrano senza vedersi e l’unico materiale condiviso sono i loro file?
Nel formato one-to-one, ogni replica genera un rapporto unico e irripetibile. Cosa ti aspetti dalle ventuno repliche previste e in che modo pensi di restituire ciò che vedrai?
Prima di tutto la possibilità di osservare come cambia la relazione one-to-one ogni volta che una persona diversa entra in questo dispositivo. Il formato è fragile e imprevedibile: basta pochissimo perché diventi intimo, imbarazzante o curiosamente liberatorio. Nel one-to-one ciò che normalmente intimidisce – lo sguardo altrui, per esempio – scompare. Restano solo due voci e un desktop condiviso: non c’è un volto, non c’è un pubblico, non c’è un’identità dichiarata. Non voglio sapere chi ho di fronte né da dove si collega; mi basta la sua voce e ciò che sceglie di mostrare. Nei laboratori "desktopici" che ho condotto tra Piemonte e Marche ho visto che, superato l’imbarazzo iniziale, quasi tutti finiscono per parlare a ruota libera, di cose anche molto personali, e di fronte a persone che non sempre conoscono.
È quello che spero accada anche qui, potenziato dal confronto privato e impenetrabile di una videochiamata a due. Relativamente alla documentazione delle varie sessioni, credo prenderò discreti appunti lungo il percorso, annotando ciò che emerge dagli incontri e stando ben attento a non violare l'anonimato promesso.