Racconti dalla Settimana delle Residenze Digitali | Alice nel Paese dell'AI


Di Cecilia Salerno e Alice Squitieri
Dal 9 al 13 dicembre 2025, la Settimana delle Residenze Digitali torna a esplorare le nuove frontiere dell’arte performativa online. Giunta alla sesta edizione, l’iniziativa sostiene artiste e artisti delle performing arts che sperimentano le possibilità creative dello spazio digitale, proponendo al pubblico le restituzioni dei quattro progetti vincitori di quest’anno: Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte di Mara Oscar Cassiani, Molka di Benedetta Pigoni (regia di Giammarco Pignatiello), Screenvestigation di Albert Figurt ed Eburnea di Boris Pimenov. Abbiamo avviato una conversazione con Boris Pimenov, autore e regista di Eburnea, un progetto che intreccia arti performative, audiovisivo e intelligenza artificiale per interrogare il modo in cui viviamo – e subiamo – i meccanismi di controllo presenti nel mondo digitale. Il lavoro nasce dal desiderio di far dialogare due spazi tradizionalmente separati, quello scenico e quello digitale, costruendo una drammaturgia che si sviluppa contemporaneamente in entrambe le dimensioni. In questa relazione tra presenza reale e generazione automatizzata si apre la riflessione centrale del lavoro: quanto siamo davvero fautori delle nostre decisioni e quanto invece rispondiamo a sistemi che orientano le nostre scelte? Eburnea diventa così un dispositivo performativo che pone l’accento sulla fiducia nel digitale e la nostra posizione all’interno delle sue logiche.
Tu hai esperienza nel campo delle arti performative, ma ti sei cimentato nella direzione anche di due corti cinematografici. Quanto ha influito la tua formazione sul progetto Eburnea?

Non ho una formazione accademica. Sono nato e cresciuto come aspirante attore a Lari, in un contesto semplicemente laboratoriale. Sono stato formato, cresciuto e allevato da Loris Seghizzi, partecipando quasi sin da subito a contesti professionali di produzione come attore. Successivamente, sempre a Lari nel contesto del festival estivo Collinarea, ho iniziato ad approcciarmi anche alla questione tecnica del teatro, a stare dietro le quinte e fare delle regie video per gli spettacoli teatrali. Poi ho iniziato a sperimentare l’audiovisivo in maniera autonoma, dando vita a cortometraggi di sperimentazione. Ho concluso da poco il terzo corto che si chiama Il libro del dolore dell’infanzia in lingua russa. Questi progetti costituiscono la mia principale ricerca a livello artistico, non contaminata dal digitale inteso come arte generativa. A Eburnea ci sono arrivato naturalmente, portando con me il mio bagaglio artistico-attoriale e quello cinematografico, con l’idea di sviluppare un progetto che potesse vivere in due luoghi diversi. Già precedentemente avevo pensato a questa duplicità dello spazio con il progetto Opera Obliqua, in cui gli spettacoli accadono in due location diverse contemporaneamente e di cui ho curato la parte di regia e ideazione video. In Eburnea i due luoghi sono uno digitale e uno teatrale, e portano con sé due pubblici differenti che hanno anche tipologie di esperienze diverse. Anche gli spazi vivono in maniera differente: quello digitale è automatico, funziona e si trasforma autonomamente grazie alla tecnologia TouchDesigner; quello teatrale ha bisogno della presenza umana che gestisca luci, audio, video.

Boris Pimenov 

In Eburnea, i luoghi si duplicano, distinguendosi per metodo di funzionamento e valore. A quale tra questi due spazi - digitale e reale - senti di appartenere di più?

Lo spazio digitale è tridimensionale, ha delle leggi predefinite. All’interno di questo luogo ci sono otto camere, sono gestite da un controller; è quindi presente una sorta di regia video che rappresenta, nell’idea originaria del progetto, la coscienza di Alice. L’estetica di questo luogo è sintetica, digitale e contemporanea, ma le azioni sono bloccate e ogni cosa è simbolica. Questo spazio, che ho chiamato l’Eburneo, è a tratti metafisico e in continua evoluzione. In questo spazio ci sono anche dei soggetti, dei personaggi ma, al tempo stesso, si apre sulla dimensione teatrale. Il digitale vive con gli audio: risuonano la voce dell’attrice e la musica che sarà emessa dal palco e vede il generarsi di voci da parte di chi guarda. Il pubblico online avrà modo di vivere questo spazio tridimensionale, simbolo della coscienza di Alice, e il suo compito sarà quello di corrompere il sistema perfetto creato dal demiurgo digitale di questo spettacolo. La connessione tra spazio digitale e spazio reale è definita dai prompt del pubblico, ossia dal suo modo di interagire, scrivere, generare informazioni. Tali azioni però non avvengono in diretta, dal momento che vengono prima processate da un’intelligenza artificiale e solo successivamente vengono trasmesse pubblicamente nella performance, in modo spesso differente rispetto a quando erano state eseguite. All’interno dello spazio digitale è inevitabile che vi sia anche una narrazione cinematografica, dove i contributi corrispondono a ricordi. Queste memorie, imposte dal Demiurgo - definito Maestro nello Spettacolo - corrispondono a ricordi bellissimi della sua vita “reale”, prima che lui si trovasse rinchiuso in questo luogo fuori dallo spazio e dal tempo convenzionale. Il mondo digitale, nella performance, è una gabbia composta solo da quanto c'è di più bello nella vita reale. Quello che tento di fare con Eburnea non è schierarmi da una parte o dall’altra, quanto piuttosto creare una fusione di questi due spazi a cui sento di appartenere.

In Eburnea il pubblico diventa coautore del destino di Alice, un’intelligenza artificiale intrappolata in un istituto immaginario, intervenendo sugli ambienti, sui suoni e sulla narrazione. Come hai progettato questa performance da un punto di vista tecnico, drammaturgico e registico?

Il progetto è nato circa un anno fa dall’esigenza di far dialogare tre mondi: quello digitale, quello cinematografico e quello teatrale. Fin dall’inizio ho lavorato a una struttura che non si limitasse ad affiancare questi tre linguaggi, ma che li rendesse compatibili all’interno di una solida cornice drammaturgica. Ho spesso lavorato con il video in teatro e ho percepito una difficoltà ricorrente: il rischio che lo schermo rimanga un elemento “appiccicato”, una scenografia virtuale che si illumina senza un reale motivo narrativo, quasi un corpo estraneo allo spazio scenico. Per evitare questa frattura, ho costruito una drammaturgia in cui il video diventa parte integrante dello spettacolo: è un elemento scenico a tutti gli effetti, incorporato nella scenografia e riconosciuto dall’attrice in scena come qualcosa con cui interagire. Lo schermo diventa così una sorta di proiezione della sua coscienza, un riflesso costante che accompagna l’azione scenica. L’attrice vede in quel rettangolo un’estensione narrativa e psicologica del personaggio stesso.

In Eburnea Alice viene interpretata dall’attrice Sveva Gini. In che modo la presenza di Sveva ha contribuito a costruire e definire l’identità scenica del progetto?

Il compito dell’attrice è quello di scardinare i canoni tradizionali e accademici della recitazione interagendo con due luoghi completamente differenti e distinti, abitati unicamente da voci. La scena è dominata da Sveva durante tutta la durata della performance, non c’è mai un momento di pausa, l’attrice è sempre sotto l’occhio dello spettatore. Stiamo attuando un lavoro di decostruzione del linguaggio, inteso nella sua accezione di rappresentazione: il linguaggio di Alice è completamente esploso, sconnesso, onirico, come se fosse un insieme di frammenti di coscienza. Si tratta di un lavoro delicato nella sua stessa drammaturgia: abbiamo tentato di inventarci una punteggiatura e una grammatica interna al lavoro; la parola di Alice viene invasa da collage di scritti di Dino Campana, da miei testi e vecchi lavori che confluiscono nella bocca della protagonista dando vita a un linguaggio che non segue nessuna regola della comunicazione socialmente intesa. Il nostro obiettivo è quello di mettere in discussione la parola e il suo essere simbolo del linguaggio teatrale. La trasformazione del personaggio diventa incomprensibile per chi guarda, la sua coscienza muta senza che lo spettatore faccia in tempo a rendersene conto. Il lavoro che sta facendo Sveva ribalta il lavoro attoriale e il modo di fare spettacolo, con una metodologia nell’interpretare il personaggio che è contro tutti i canoni accademici.

Il titolo richiama l’avorio, un materiale organico, prezioso e fragile. Perché hai scelto questo termine e quale immaginario o tensione simbolica volevi evocare?

Quando avevo 16 o 17 anni, ho letto la parola “eburnea” nei Canti Orfici di Dino Campana, all’interno del componimento La Chimera. Il significato letterale di eburneo - “bianco come l’avorio” - è stato per me un punto di partenza, che ho poi esteso verso altre interpretazioni più metaforiche. Il termine infatti non rimanda soltanto al candore: evoca l’accecamento, la perdita dei contorni, una dimensione opaca e indefinita in cui il soggetto sembra dissolversi. A questo strato metaforico si aggiunge un riferimento biblico: Amos, uno dei profeti minori dell’Antico Testamento, descrive la “casa d’avorio” come immagine di opulenza e corruzione destinata alla distruzione. Nella performance questa stratificazione di significati diventa centrale: eburneo è lo spazio asettico, perfetto e apparentemente incontaminato in cui è confinata Alice, l’intelligenza artificiale protagonista del lavoro. Per raggiungere la liberazione di Alice, però, questo luogo deve essere smantellato.

Il lavoro mette in scena un’illusione di libertà: ogni scelta degli spettatori appare autonoma, ma è orchestrata da un “Maestro” algoritmico che governa lo sviluppo narrativo. Quale consapevolezza speri che questa dinamica attivi nello spettatore?

Eburnea mette in scena innanzitutto un’illusione di controllo. Lo spettatore deve percepire di influenzare l’intelligenza artificiale con cui interagisce, ma si tratta di una percezione ingannevole, che rispecchia il nostro rapporto quotidiano con tutte le intelligenze artificiali. Nelle interazioni con l’IA, anche quelle apparentemente più banali con i chatbot, entriamo in una dinamica assimilabile alla dialettica servo-padrone: crediamo di governare il sistema, mentre rispondiamo a logiche che non controlliamo pienamente. La mia inquietudine nasce proprio da una domanda che mi pongo spesso: arriverà un momento in cui non saremo più in grado di governare o comprendere il funzionamento delle intelligenze artificiali, soprattutto se svilupperanno linguaggi e reti neurali che ci risultano opachi? Forse continueremo ad avere l’impressione di dominarle solo perché ci rispondono nella nostra lingua, ma il nostro controllo sarà sempre più labile. Con la performance, cerco di dare forma scenica proprio a questo controllo illusorio, in una contemporaneità in cui le trasformazioni tecnologiche avanzano con una rapidità tale da sfuggire continuamente alla nostra presa.

La performance nasce da un’urgenza: riflettere sulle dinamiche di controllo che viviamo ogni giorno nel rapporto con l’intelligenza artificiale, dove ciò che percepiamo come scelta autonoma spesso è già orientato da sistemi che plasmano le nostre decisioni. Pensi che questa inquietudine sia condivisa, oppure che riguardi soprattutto la nostra generazione, nata e cresciuta in un ambiente tecnologico?

Mi domando spesso se Eburnea sia davvero un lavoro legato al presente o se, in realtà, non prosegua una riflessione che la letteratura e la fantascienza portano avanti da oltre un secolo. Il tema dell’intelligenza artificiale non è nuovo, ma la differenza è che ora lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Questa urgenza sembra essere avvertita molto negli ambienti scientifici, dove ci si chiede quanto la creazione di super-intelligenze sia necessaria e/o pericolosa; e in questo discorso ritorna l’inquietudine davanti a qualcosa che potrebbe sfuggire completamente alla nostra capacità di comprensione, una questione che per me è drammaturgicamente fertile. Un riferimento fondamentale per Eburnea è stato Her di Spike Jonze: un film in cui l’intelligenza artificiale non appare mai, e proprio per questo diventa potentissima, fino a emanciparsi in un mondo creato da altre intelligenze artificiali. È in questo scarto narrativo - nella possibilità che l’intelligenza artificiale sfugga al nostro sguardo e al nostro controllo - che si apre una domanda decisiva: cosa significa immaginare un rapporto con un’intelligenza che può sottrarsi, sfuggire, diventare irraggiungibile? Eburnea non cerca risposte definitive a questa tensione, prova piuttosto a generare domande, a far emergere l’opacità e la complessità del rapporto fra umano e non umano.