TourFest 2025 | Diventa artigiano per fare il tuo teatro


Di Riccardo Provasi.

“Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino” sembrava averci detto l’autista del bus (non è che guidasse Pascoli, ma il senso era quello) alla fermata Santa Lucia ai piedi del colle dove sorge la città. Dopo le solite interminabili ore di viaggi, cambi e ritardi, ero finalmente in uno dei centri nevralgici del Rinascimento italiano, una delle città più belle del mondo, una “città ideale”, in cui l’amore per la cultura e la bellezza sono diventate mattoni e cemento. Torri fiabesche, marmi, chiese neoclassiche, mura imponenti, vicoli nascosti, passaggi segreti, fortezze in cima alle colline, piazze metafisiche: ma se Urbino diventasse il palco di una manifestazione teatrale, non sarebbe il palco più bello del mondo? Non sono certo stato il primo a porsi questa domanda, visto che dal 2018 la città di Raffaello e dei duchi di Montefeltro è divenuta il palco del festival Urbino Teatro Urbano, grazie alla vitalità del CTU (Centro Teatrale Universitario “Cesare Questa”), istituito nel 2016 da ex studenti dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, con lo scopo di riscoprire il valore politico del teatro e stimolare una nuova coscienza teatrale nel territorio urbinate. Diretto da Michele Pagliaroni, nelle sue otto edizioni il festival è cresciuto costantemente, in numeri e progetti, fino a ottenere, per il prossimo triennio, i finanziamenti del FNSV, tra i “Festival e rassegne di teatro di strada” per "Piazze", costola itinerante di Urbino Teatro Urbano, nata nel 2020, che da luglio a settembre amplia la magia del festival urbinate e occupa le piazze di vari comuni dell'entroterra marchigiano. La bella notizia arriva proprio il 30 giugno, durante la serata d’apertura del festival, quando Michele Pagliaroni l’ha comunicata al pubblico, con un filo di commozione e tanto orgoglio. Ero arrivato anch’io quel giorno e il fascino di Urbino aveva già avuto la forza di stregarmi (e un pochino sfinirmi, visto che alcune salite hanno una pendenza devastante, a maggior ragione per un milanese).

Moby Dick di Roberto Mercadini, ph. Urbino Teatro Urbano 2025

Gremita di sedie in parte già occupate, piazza Duca Federico era completamente allestita per Moby Dick di Roberto Mercadini. A delimitare l’area del festival, tre cubi colorati delle dimensioni di un panettone stradale con le lettere “U”, “T” e “U” (ovvero Urbino Teatro Urbano), mentre il banchetto del merchandising era stato predisposto e ricoperto dalle borse di tela a tiratura limitata. Le ultime luci del giorno illuminavano il palchetto di legno, costruito artigianalmente per il festival, amatissimo dagli artisti che hanno goduto del privilegio di calcarlo e divenuto nel tempo simbolo della manifestazione. Un leggio, quattro fari a illuminare la scena, i capelli lunghi appoggiati su una camicia nera e gli immancabili occhiali tondi: così Mercadini si è presentato sul palco, per raccontare il mito della Balena Bianca con ironia e leggerezza, recuperando l’essenza intima del libro e restituendola a noi spettatori con l’animo pop che contraddistingue i suoi monologhi. Trasportati dalla sua voce grave e graffiante, entravamo nelle bettole dei porti americani, ci imbarcavamo con il capitano Achab, forse sottoscrivendo il suo patto, e sentivamo le sue parole, i suoi pensieri, quando le luci sul palco diventavano soffuse e Mercadini cessava di essere narratore per divenire egli stesso il Capitano della Pequod. Il pubblico lo ha ringraziato con un fragoroso applauso e tantissimi selfie, chiudendo una prima serata di festival nel migliore dei modi. Un’aura magica e misteriosa invadeva Urbino la notte, mentre percorrevo la strada del ritorno verso l’albergo, con quell’atmosfera da orologi fermi, nebbia bassa e silenzio assordante. Da un momento all’altro poteva tagliarti la strada un indaffarato Baldassare Castiglione, con gli occhi di ghiaccio fissi sulle carte, o ci si poteva imbattere in un giovanissimo Raffaello in cerca di compagnia per la notte, o ancora ci si poteva ritrovare fissati da manichini immobili, mentre il cielo diveniva lentamente verde petroli.


Residenza Ca’ Romanino, Urbino Teatro Urbano 2025

Il secondo giorno, sveglia di buon’ora. Insieme ad alcuni membri dello staff di Urbino Teatro Urbano, lasciavo temporaneamente Urbino per raggiungere Ca’ Romanino, villa disegnata dall’architetto Giancarlo De Carlo a fine anni Sessanta, un luogo affascinante e insolito. E' uno degli edifici-manifesto degli stilemi brutalisti, immerso nel verde di un vigneto raggiungibile da ogni stanza presente su entrambi i piani. Scale a pioli per leggere sul davanzale della finestra, al centro del salotto un monumentale camino circolare di metallo rosso fiammante, uscite segrete… Impossibile descriverla a parole, conviene farci una visita. Così bella che rischiavo pure di perdere il filo… Come dicevo, ci dirigevamo a Ca’ Romanino dal momento che il CTU, in collaborazione con Fondazione Ca’ Romanino, l’ha designata come sede della residenza artistica offerta durante l’edizione di Urbino Teatro Urbano. All’interno del festival convivono l’offerta culturale e lo spirito di ricerca e formazione proprio dell’Università, declinato in diverse attività, tra cui per l’appunto la residenza, quest’anno offerta a Marco Corsucci e Giacomo Lilliù, impegnati sul progetto Non un testamento, prodotto da Pallaksch.xyz in collaborazione con CTU e incentrato sulla figura di Italo Mancini, filosofo e teologo tra i più rispettati del Novecento, nonché docente presso l’Università di Urbino. Per quanto riguarda l’aspetto della formazione, Urbino Teatro Urbano propone masterclass di “Tecnica e Allestimento”, “Comunicazione” e “Organizzazione” dedicate alle compagnie teatrali emergenti, racchiuse nel progetto "Fai il tuo teatro!". Il 1° luglio ho passato il mio pomeriggio sbirciando nelle aule dell’Università Carlo Bo, ristrutturate negli anni Cinquanta da Giancarlo De Carlo, i corsi proposti dal festival, tenuti da rinomati operatori del settore come Giorgio Andriani e Antonino Pirillo (Cranpi), Francesco Mentonelli (Marche Teatro), Danilo Mancini (Sailor Danny), Vittoria Podrini (Happennino), Marina Saraceno (Teatri di Roma) (e prendendo anche diversi appunti, perché quando mai ti ricapita?).


Masterclass sulla realizzazione della maschera di Stefano Perocco, ph. Urbino Teatro Urbano 2025

A chiudere la mia seconda giornata di festival, un’esperienza commovente, metafisica e divertente: la compagnia di danza e performance Club Alieno, nata all’interno di Cuore 21, progetto impegnato in attività educative e inserimenti lavorativi di persone con disabilità intellettive, ha guidato il pubblico lungo le vie di Urbino, proponendo una sua Urban Suite composta da performance site specific, in cui i luoghi della città ideale marchigiana prendevano vita davanti ai nostri occhi, mostrando al contempo la loro quotidianità e la loro magia, in un continuo gioco di equilibri, ripetizioni, attriti e abbandoni. Tutto iniziava e finiva in piazza Duca Federico, cuore del festival e di Urbino stessa: mentre una cassa portatile diffondeva la musica, un faro bianco illuminava dal basso un trio di performer, posti nel centro esatto della piazza, vestiti con scarpe e abiti sportivi dai colori sgargianti. Due momenti componevano questo primo atto della performance: dal primo, un incastro dei corpi suggeriva un senso di armonia, condiviso col geometrismo rinascimentale proprio del Palazzo Ducale e della Cattedrale posti sullo sfondo, si confluiva naturalmente nel secondo, in cui l’energia trascinante della danzatrice solista invitava noi spettatori a proseguire il nostro cammino, uscendo lentamente dalla piazza. Giravamo silenziosi lungo le vie di Urbino, guidati dallo staff di UTU e della compagnia. A ogni tappa, fermi in semicerchio, il luogo davanti a noi prendeva vita, animato dalla musica, dalla luce, dagli oggetti di scena e dai corpi dei danzatori e delle danzatrici. Così, all’ingresso dell’ex chiesa di Santa Chiara, tre performer inscenavano un assurdo lavaggio di piatti apparentemente perpetuo; ai piedi di Torricini del Laurana, si incontrava nuovamente uno dei primi performer, accomodato a leggere su una poltrona, mentre alle sue spalle la solista del primo atto sembra rapita dalla targa che ufficializza Urbino come Patrimonio Unesco; nascosto nella penombra del portico all’ingresso del vecchio Jazz Club di Urbino, un uomo veniva liberato da un tappeto persiano da una danzatrice… Infine, salutata da un applauso interminabile, l’intera compagnia riunita si esibiva sotto al colonnato di piazza Duca Federico, chiudendo un’interminabile (magari!) seconda e per me ultima giornata di festival. La sera, mentre tornavo in albergo, ero felice, attraversato da una voglia immensa di restare lì e partecipare ancora a tutto ciò che sarebbe stato Urbino Teatro Urbano 2025: le masterclass sulla realizzazione della maschera di Stefano Perocco e Tullia Dalle Carbonare, la bizzarra invenzione del Radiocitofono del Sig. Davide Simonetti e del Dott. Ferdinando de Blasio di Palizzi, la nuova produzione plautina del CTU Cesare Questa. Ma la sveglia era già impostata, in pochi minuti ero già addormentato e pronto, l’indomani, a partire.

MOOD DEL FESTIVAL: I’ll follow the sun dei Beatles

(scopri tutti i mood dei festival del TourFest 2025)

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