TourFest 2025 | Quando l’arte torna alla terra
Di Giulia Kakovic
Earthink Festival nasce nel 2012 da un’urgenza della direttrice creativa Serena Bavo. Tredici anni fa di sostenibilità si parlava ancora poco, non era un tema della quotidianità. Dopo la visione di un documentario che mostrava le conseguenze tragiche del cambiamento climatico, Bavo ha deciso di abbracciare la causa con gli strumenti a sua disposizione: il teatro e il lavoro di comunità. Ed è così tra fine agosto e la metà di settembre è stata realizzata la XIV edizione del festival con il titolo Terra.
Earthink è un festival itinerante: per tre weekend consecutivi abita spazi diversi e inusuali in Piemonte, tra la Val Chiusella, Torino e l’Astigiano, portando una proposta performativa curata e di valore.
Earthink a Casabianca di Asti
L’ultimo weekend del festival si è svolto tra il 12 e il 14 settembre a Casabianca di Asti, piccola frazione immersa nel verde e arroccata su una collina. Per arrivarci, bisogna uscire da Asti, lasciarsi alle spalle l’abitato denso della città a favore di una natura sempre più presente, appezzamenti coltivati e villette con giardino. Svoltando a destra e facendo un paio di curve in salita, si sbocca sulla piazzetta principale di Casabianca, sulla quale affacciano la chiesa, con il campanile che cadenza il passare del tempo, la sede della Pro Loco e alcune villette con giardini curati e prati all’inglese.
A Casabianca non c’è un teatro, né una sala polifunzionale. E dove si svolge quindi Earthink Festival? Continuando la strada che ci ha portati alla piazza, svoltando a sinistra, si arriva alla cascina del Signor Piero, una delle anime portanti di questo piccolo agglomerato di case. La sua famiglia, ci raccontano, è stata tra quelle che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ha costruito le prime case e piantato le prime vigne. Un tempo nella cantina del signor Piero si produceva il vino, ma ora non più. Complici le aspirazioni personali degli eredi, la pesantezza e la difficoltà del lavoro in vigna e il cambiamento climatico che ha reso sempre più complicato arrivare a settembre con abbastanza uva per la vendemmia, le botti quest’anno sono rimaste vuote.
In questo luogo pieno di memoria e tradizione contadina per tre giorni sono andati in scena spettacoli di danza, teatro, concerti e proiezioni di film. Un luogo inusuale che ha accolto un festival casalingo, non per gli strumenti con cui è stato organizzato e per la qualità della proposta, ma per lo spirito che l’ha animato, che sa di pizza fatta in casa, risate di pancia tutte assieme a fine giornata e abbracci calorosi al momento dei saluti. “Earthink è l’unico festival in cui devi cacciare i volontari”, dice qualcuno, perché le mani a disposizione sono tante, troppe, per un festival che punta sull’essenziale come valore principale. Ci sono bambine e bambini che disegnano le insegne, volontari che spostano le balle di fieno da usare come sedute, famiglie che si prendono il compito di cucinare per tutti, staff e artisti, e che non accettano un no come risposta.
Se questo è lo spirito che anima Earthink Festival, la proposta culturale non è da meno: variopinta e articolata, capace di mescolare linguaggi e modalità di coinvolgimento del pubblico, con il fine ultimo di creare uno spazio accogliente per ragionare assieme sul mondo che ci circonda e di cui facciamo inevitabilmente parte.
Botanica Queer, Nina's Drag Queen
Spettacoli, passeggiate, concerti
Con Botanica Queer, la drag queen Demetra (Ulisse Romanò del gruppo Nina's Drag Queen) parte da una domanda: qual è il legame tra la cultura queer e la botanica? Accompagnando il pubblico in un viaggio nei giardini privati di Casabianca alla scoperta del mondo de fiori e delle piante, Demetra ci invita a ripensare il concetto di naturale e il nostro rapporto con la natura stessa, che dice di noi, del nostro modo di relazionarci e di amare molto di più di quanto possiamo immaginare.
Dai giardini si passa alla cascina, dove si respira un’aria che sa di fieno umido e vino rosso. Il tamburo di Nando Brusco porta il pubblico in Calabria per scoprire le antiche storie e leggende di una terra lontana che vive di contrasti, tra terra e mare, contadini e marinai con il suo lavoro Tamburo è voce… Battiti di un cantastorie. Apparentemente nulla di più lontano dalle colline piemontesi, ma Brusco grazie a ritmi ancestrali e una grande abilità narrativa riesce a portare in una dimensione che prescinde il tempo e lo spazio.
L’ultimo giorno del festival si è aperto con Connecto, una passeggiata nella Riserva Naturale di Valle Andona, Valle Botto e Valle Grande, un luogo che custodisce un mare antico, fatto di conchiglie, coralli e resti fossili di vertebrati. A guidarci è Elena Giardina, che ha invitato il gruppo a rallentare, ad ascoltare il bosco, a respirare con gli alberi. Il silenzio diventa linguaggio: il fruscio delle foglie, il ritmo del respiro, il suono dei passi sul terreno umido.
In quel momento un cerchio si è chiuso: dopo giorni di musica, parole e movimenti, dove era partito: alla terra, non come concetto astratto ma come corpo vivo, luogo di memoria e di cura.
Tamburo è voce… Battiti di un cantastorie, Nando Brusco
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