TourFest 2026 | L'occhio oltre per festeggiare i sessant'anni di una magia teatrale e comunitaria


Di Riccardo Provasi e Elena Scarfi

Disperso tra le colline della Val D’Orcia, poco più a sud di Siena, e arroccato su una dolce altura, sorge un piccolo borgo di case, chiese e torrette in pietra - come se ne trovano a decine in Toscana, si potrebbe obiettare - in cui il tempo sembra non essere passato del tutto. A ben vedere però, ciò che rende unico Monticchiello, piccola frazione di Pienza “Città della luce”, è proprio che passato e presente sembrano essere all’interno del paese condomini di pari dignità. Di strade per raggiungere il borgo non ce ne sono molte, e quella che abbiamo imboccato ha un che di sinistro, di antico: una vecchia strada provinciale, non asfaltata e parecchio dissestata, priva di protezioni ai lati e di illuminazione pubblica, scoscesa e tutta curve. Pare dunque di essere tornati indietro di decenni, illuminati solo dalla chiara luce della luna, quando, giunti a pochi passi dalle basse mura di Monticchiello, l’atmosfera cambia completamente. Gente ben vestita intenta farsi fare a turno foto di ogni genere, famiglie felici e coppiette, indicazioni per parcheggi – tutti pieni –, panchine nuove di zecca vista Val D’Orcia (illuminate da lampioni di luce calda) infopoint automatico… Una volta passata la porta del borgo, la tipica apertura lungo la cinta muraria, ecco che si manifesta integralmente quella sensazione di straniamento e di “indecisione temporale” di cui si accennava. Un ristorante con esposto il logo della Guida Michelin a sinistra e una piazzetta in pietra circondata di casupole medievali a destra, poco più avanti un locale che propone shot a poco prezzo e dai cui esce una musica leggermente fuori contesto e una piazza gremita di gente, ai piedi della chiesa principale, per metà in piedi e per metà seduta ai tipici tavoli da sagra, intenta a cenare allegramente. E per tutto quel piccolo labirinto che sono le stradine di Monticchiello, alle pareti compare una freccia che indica la direzione per raggiungere il Teatro.

Teatro Povero di Monticchiello, ph. Riccardo Provasi, Elena Scarfi

L'autodramma
Quel “Teatro” di cui parlano i cartelli – e in verità di cui parlano tutti, quella sera – è una magia che ha cambiato per sempre la vita del borgo: da sessanta edizioni è un appuntamento fisso tanto per gli abitanti quanto per le centinaia di persone che ogni anno compongono il suo pubblico. Il Teatro Povero di Monticchiello nasce nel 1967, nella seconda metà di un decennio che ha visto stravolgersi completamente e radicalmente la vita del borgo toscano. La mezzadria, la base economica dell’area, era stata superata e il destino di Monticchiello sembrava segnato: il borgo pareva condannato allo spopolamento a causa della mancanza di lavoro. Nell’estate di quell'anno, nella piazza principale del paese, va in scena lo spettacolo L’eroina di Monticchiello, il primo “autodramma" (un termine coniato da Giorgio Strehler) ideato, scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello”. “Gente”, perché nessuno di loro è attore professionista. Grazie alla costituzione partecipata della drammaturgia e della messinscena dello spettacolo, unita alla volontà di non abbandonare il proprio borgo e le proprie case, in pochi anni il Teatro Povero diviene un appuntamento estivo imperdibile per abitanti, teatranti e turisti, a tal punto da convertire l’economia del borgo aumentandone l’attrattiva turistica, ma senza stravolgerne l’anima. Qual è il modo migliore per attrarre pubblico e valorizzare l’economia e la cultura di un luogo? Per esempio una cucina semplice, ma di prossimità, capace dunque di recuperare il meglio dalla tradizione.

Taverna di Bronzone, Teatro Povero di Monticchiello, ph. Riccardo Provasi, Elena Scarfi

La Taverna del Bronzone
Questo è quanto accade sui tavoli della Taverna di Bronzone - dal nome di uno dei personaggi comici presenti nello spettacolo della prima edizione -, il ristorante temporaneo che accompagna il festival dal 1967. I suoi coperti si estendono lungo tutta l’area sud di Piazza della Commenda – la stessa dove dal 2005 va “in piazza” il teatro, divisa all’incirca in due parti dalla Pieve di Santi Leonardo e Cristoforo – e riempiono anche l’area della cripta della chiesa, aperta direttamente sulla piazza. Il menù propone pochi piatti semplici e tipici della Val D’Orcia, a cominciare dagli ottimi pici all’aglione (che vanno accompagnati da un bicchierino di rosso della casa. Piccola nota organizzativa: non c’è da preoccuparsi se si arriva in ritardo, la Taverna rimane aperta anche dopo lo spettacolo, per consentire a chiunque di rifocillarsi senza problemi.

Lo spettacolo
L’occhio oltre, autodramma dell’edizione 2026 andato in scena dal 25 luglio al 14 agosto, festeggia i primi sessant’anni di festival attraverso l’occhio rosso sangue di Carlino, nato nel 1944 e testimone di tutte le evoluzioni sociali e i cambiamenti che hanno modificato la vita di Monticchiello e della sua comunità. Sul palco in Piazza della Commenda si alternano bambini piccoli, donne e uomini di tutte le età e persino alcuni interpreti presenti fin dalla prima edizione del festival, a dimostrazione di come l’autodramma sia ormai divenuto parte di una tradizione legata alla storia di Monticchiello. La bellezza del Teatro Povero va oltre la passione per l’arte teatrale: scenografia, costumi, effetti scenici, abilità degli attori, tutto conferma la natura amatoriale e artigianale della produzione, ma lungi dallo svalutarla, tutto ciò ne accentua il valore sociale. Sono l’atmosfera festosa e familiare a rendere la visita al festival indimenticabile, perché la sua storia dimostra ancora una volta come siano la comunità e l’unione dei singoli a cambiare le cose.

Festival osservato: Teatro Povero di Monticchiello

Progetto TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS