TourFest 2026 | Spazi, comunità, corpi: la città è un grande museo a cielo aperto
Di Camilla Ardissone
Vivere la trentesima edizione di Danza Urbana Festival Internazionale di Danza nei Paesaggi Urbani è stato un po’ come muoversi in un grande museo a cielo aperto: tante opere vengono disposte all’interno dello spazio, conducendo il visitatore attraverso un percorso fatto di fruizione ma anche di riflessione.
Il museo è la città di Bologna, e i suoi spazi vengono interpretati dagli artisti e artiste coinvolti nel festival con un obiettivo: indagare gli spazi urbani nella loro varietà, dalla periferia al centro, dall’edificio all’ambiente naturale, per coinvolgere spettatori e partecipanti in una riflessione su quello che questi spazi hanno da comunicare oltre a ciò che ci raccontano tutti i giorni.
“Abitare lo spazio significa confrontarsi con le questione che lo attraversano” recita l’introduzione del catalogo del festival, scritta da Massimo Carosi, direttore del festival e presidente dell’Associazione Danza Urbana. Il rapporto tra spazi, comunità e corpo, ricerca che anima il proposito di Danza Urbana fin dalle origini, è il filone di questa edizione. La ricerca non propone soluzioni: crea occasioni di confronto sui temi contemporaneità: la necessità di appartenere, la difficoltà di mettersi in comunicazione con gli altri, la lotta per conservare libertà e dialogo.
In un’epoca in cui la città è diventata un parco divertimenti a cielo aperto, dove gli spazi urbani sono assoggettati a realtà commerciali sempre più a portata di turisti, dove condividere lo spazio pubblico non è più una pratica comunitaria ma è un vincolo al consumo, la ricerca artistica di Danza Urbana tenta di aprire con consapevolezza e determinazione lo sguardo sui concetti di incontro e comunità, offrendo libertà e senso di appartenenza e identità.
Il festival si apre all’interno dell’Ex Chiesa di San Mattia in via Sant’Isaia, nel centro di Bologna. Una location suggestiva, in cui i toni dell’ocra amplificati dai fari dello spettacolo accolgono gli spettatori dotati di cuffie wireless che si dispongono lungo il perimetro dell’edificio, lasciando libero lo spazio rettangolare centrale, ritagliato da segni che indicano un confine. Saltano subito all’occhio quattro lavagne con gessi disposte sui quattro lati della sala. Gli spettatori ancora parlano tra loro, commentando gli affreschi visibili e immaginando quello che succederà di lì a poco, finché qualcuno si alza, inizia spostarsi tra le lavagne e scrive parole dettate dalla voce di un’intelligenza artificiale che parla nelle cuffie.
La luce si spegne e la voce artificiale introduce alla storia che sta per iniziare, ricordando al pubblico in sala che non sono permesse foto o riprese video perché quello che accade lì, quella sera, è interesse solo dei partecipanti direttamente coinvolti. Inizia La Sagra della Primavera di Roger Bernat, spettacolo presentato nell’ambito del progetto Scena Catalana, in collaborazione con ATER Fondazione e Tavolo Regionale della Danza.
Roger Bernat, La Sagra della Primavera, Danza Urbana Festival, ph. Gino Rosa
La Sagra è stata creata all’inizio del Novecento a partire dall’opera di Stravinskij per il balletto di Njinskij e coreografata , tra gli altri, da Pina Bausch per il Tanztheater Wuppertal nel 1975. Bernat la fa creare ai partecipanti, guidati dalla voce attraverso le cuffie. Una lieve incertezza iniziale su come muoversi lascia presto spazio a una coreografia consapevole e partecipata. La voce indica che direzione seguire, che gesto compiere e come interagire, suggerendo ai partecipanti di spostarsi e orientarsi attraverso ciò che è scritto sulle lavagne. Alba, collina, bosco, sono riferimenti dati agli spettatori, che nel giro di pochi attimi diventano performer coordinati della compagnia.
Il tema centrale dello spettacolo, il sacrificio di una giovane all’arrivo della stagione primaverile, diventa un’esperienza condivisa. Agire, osservare, rispondere, domandare, ascoltare: la performance invita gli spettatori presenti a decidere se reagire o meno ai comandi che ricevono attraverso le cuffie, sottolineando come ogni scelta personale impatti sul contesto circostante, alternando il ritmo e il racconto.
Danza Urbana punta a coinvolgere e indurre a riflettere sulla propria presenza nello spazio condiviso con gli altri, come e quanto la propria presenza o assenza possono influenzare il modo di vivere un'esperienza, come la partecipazione attiva alla pratica collettiva possa fare la differenza sul risultato finale.
L’indagine continua negli spazi aperti della città più vissuti nella quotidianità, che ogni giorno assumono diversi significati come luoghi di passaggio, socialità, lavoro, come piazza San Francesco. La piazza è un elemento centrale per l’agglomerato urbano: è centro e cuore pulsante delle attività commerciali e delle relazioni che vi si realizzano, è lo spazio di esposizione personale, interazione sociale e scambio per antonomasia, entro cui rituali quotidiani si svolgono da tempo immemore definendo l’identità culturale della cittadinanza.
Proprio su questi temi si realizzano due performance che si occupano di presentare rispettivamente un’indagine sulla conoscenza del proprio mondo interiore e una ricerca sul concetto di appartenenza a una comunità.
Desvelo di Alejandro Moya, danzatore, coreografo e docente con un solido background nella breakdance e studi sull’osteopatia e tecniche somatiche all’attivo, è un assolo di danza contemporanea che parte da principi della cultura giapponese come calma, precisione e riflessività del lavoro manuale, per costruire durante la performance uno spazio personale delimitato, che può accogliere il riposo, la riflessione intima, la contemplazione.
Tutt’altra è la prospettiva sulla piazza presentata da Vibra! di Arnau Perez de la Fuente: una performance partecipativa e interattiva basata sulla vibrazione e lo scambio tra i due performer in scena che ripercorrono la storia delle danze sociali e di coppia, coinvolgendo infine anche il pubblico facendolo ballare in coppie improvvisate.
Arnau Perez de la Fuente, Vibra!, Danza Urbana Festival, ph. Giancarlo Donatini
Il parco 11 Settembre 2001 si presenta come prosecuzione di questa deriva dell’indagine di Danza Urbana: nello spazio condiviso il rapporto con l’altro è una prerogativa imprescindibile. Eppure, è specchiandosi nel rapporto con l’altro che si è costretti a una riflessione sul rapporto con se stessi.
La Plaza_studio di Elisa Sbaragli presenta al pubblico diverse identità ed esperienze interpretando differenti tipi umani e inducendo alla riflessione sui modi e di relazionarsi con l’ambiente circostante. Al termine della performance inizia subito quella successiva, dove tre performer si distinguono tra la folla di osservatori attraverso movimenti a scatto e in continua ripetizione.
Loop Box di Mattia Quintavalle Sly/Boombox Squad è un intreccio di suoni, gesti e immagini che si ripetono con una cadenza ipnotica e inarrestabile ma in continuo cambiamento. Nonostante la ripetizione meccanica dei gesti, dalle piccole variazioni e alterazioni dei movimenti nascono sempre nuove possibilità creative. Un invito arguto e convincente a non scadere nella cecità della quotidianità ma imparare a guardare e vivere le cose di sempre con occhi diversi. Se vivere lo spazio comune significa imprescindibilmente relazionarsi alla collettività, allora è necessario chiedersi quali pratiche mettere in atto per conservare la comunità intesa come tessuto di relazioni basate su scambio e fiducia.
Così Threshold of Kindness della conferenza balaam, performance immersiva e durational, mette il pubblico di piazza Lucio Dalla davanti a un’esortazione: fare un atto di gentilezza.
Conferenza balaam, Threshold of Kindness, Danza Urbana Festival, ph. Salvatore Lumia
La performance si svolge sotto la Tettoia Nervi, uno spazio ampiamente vissuto dalla comunità bolognese come luogo di incontro, scambio e socialità. Questa location viene re-interpretata dalla performance che in mezzo al caos della vita quotidiana crea come una bolla di silenzio e attenzione su quanto sta accadendo. Tre performer sono distesi a terra, con gli occhi chiusi, inermi, in attesa di un atto di gentilezza. Altri due performer rivelano il cartello che invita all’atto e gestiscono una consolle da cui proviene una melodia fatta di suoni naturali che accompagnano la scena.
La performance esplora il concetto di soglia, e il pubblico circostante si trova inizialmente incerto su come superare questo confine e intervenire sui tre corpi abbandonati al suolo. L’invito è quello a chiedersi quanto si è direttamente implicati nell’ambiente circostante, quanto le proprie azioni possano avere conseguenze sul bene o sul male degli altri, fin dove è necessario spingersi per compiere un atto di gentilezza.
La performance si conclude senza una fine, forse a suggerire che c’è sempre tempo per fare la differenza e coinvolgere gli altri in un atto collettivo.
Danza Urbana 2026 porta avanti una ricerca iniziata trent’anni fa sullo spazio urbano vissuto diversamente dalle sue connotazioni quotidiane. Gli spazi della città vengono re-interpretati da artisti che offrono nuove chiavi di lettura sugli ambienti fisici e sul ruolo che ricoprono nella vita di tutti i giorni. Comunità, appartenenza, dialogo: non sono dimensioni legate a uno spazio fisico, ma a uno spazio identitario ed emotivo che si può conservare e continuare a costruire solo attraverso il confronto, la comunicazione e l’apertura all’altro.
Festival osservato: Danza Urbana Festival
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS