TourFest 2026 | Ritorno a casa: nel Monferrato le radici si ibridano con le nuove tendenze


Di Irene Conte

"Homecoming – Where we belong": è il tema dell'ultima edizione di Jazz:Re:Found, il festival di musica che si è tenuto dal 27 al 30 agosto 2026 a Cella Monte, un paesino nelle colline alessandrine, a pochi chilometri da Casale Monferrato. Un ritorno a casa, dunque, alle sonorità e ai concetti del Mediterraneo. Ma anche un ritorno a un luogo in cui si è stati bene, dove si sente un senso di appartenenza; un omaggio al folto stuolo di fan affezionati del festival, che torna ogni anno a popolare la kermesse, e alla regina indiscussa della quattro giorni: la musica. Il jazz a cui è intitolata la manifestazione non è altro che la sineddoche delle radici black di molta musica che ascoltiamo, che si unisce all'elettronica futuribile che contraddistingue le produzioni odierne. Così trovano spazio nella programmazione tantissimi nomi della scena musicale mondiale, anche molto diversi tra loro. Si alternano sui palchi il rap contemporaneo dell'italo-senegalese FreshMula, il misterioso Pale Jay, cantante dall'anima soul che si esibisce con una maschera in volto, il britannico Kirollus, famoso in tutto il mondo per i suoi dj-set realizzati solo con dischi in vinile, ma anche gli attesisissimi Nu Genea, già ospiti in edizioni passate al festival, quest'anno presenti per la prima volta in formazione live band con il loro Neapoli tan Power. Arrivare al festival la domenica significa trovare un ecosistema già rigoglioso e in equilibrio. È l'ultimo giorno di programmazione, ma non si pregusta la fine; piuttosto, il sapore che si percepisce è quello della festa nel suo culmine. Il sole agostano accompagna l'irta salita che porta in piazza Vallino, cuore del paese e crocevia del festival: pur nella fatica dell'ascesa, si svela la meraviglia dei colli monferrini patrimonio Unesco.

JazzReFound Festival, ph. Pietro Longhi, Nataly Buratti

Qui si intuisce subito il valore aggiunto di Jazz:Re:Found: Cella Monte non è "solo" la suggestiva location che fa da sfondo all'evento, ma diventa essa stessa evento. Tutto il paese si trasforma. Le sue vie dal caratteristico color ocra pallido dell'autoctona pietra da cantoni (ovvero i “mattoni”, dal dialetto cantòn) si srotolano intorno a piazze, cortili, scorci di paesaggio e angoli di mondo che a loro volta ospitano punti ristoro e molto altro. La proposta gastronomica è ampia, variegata e inclusiva: si trovano taglieri assortiti, focacce farcite, insalate, pizze, hamburger, cuoppi di alici e calamari fritti, con un'attenzione particolare alle proposte vegetariane, vegane e senza glutine. C'è spazio per l'internazionalità con i tacos, ma anche per le tradizioni, con il panino con il vitello tonnato, con i friciulin (frittelline) di spinaci e il bagnetto verde o con i persi pien (pesche ripiene di cacao e amaretti). L'attenzione al territorio e alla valorizzazione del suo patrimonio immateriale è di certo un altro fiore all'occhiello del festival, che unisce alla programmazione musicale di altissimo livello, anche la possibilità di vivere il Monferrato attraverso degustazioni di vini e prodotti tipici, visite agli infernot (una sorta di piccole cantine, scavate nella pietra da cantoni, tipici di quella zona del Piemonte), ma anche con workshop, trekking, pratiche di yoga, sedute di massaggi. La natura poliedrica di Jazz:Re:Found è dimostrata anche da una delle ospiti più attese dell’edizione 2026, che per nulla si interseca al mondo musicale, se non per il fatto di essere una “musiclover”: la “cheffe” Chiara Pavan, stella verde Michelin e figura di riferimento per la cucina sostenibile, conosciuta al grande pubblico soprattutto per la sua partecipazione nelle ultime edizioni di Masterchef Italia. Percorrendo i viottoli di Cella Monte, si arriva all'area concerti, disseminata di più palchi e spazi dove si esibiscono gli artisti. Al Buen Retiro, il palco immerso nel verde e nella natura, dedicato alle performance più intime e di ricerca, si esibiscono gli Omasta, la band polacca, di Cracovia, che unisce il jazz all'hip-hop e alla cultura di strada. Lasciano poi il palco al chicaghese Kahil El’Zabar, polistrumentista e compositore, la cui voce intensa e profonda è stata accompagnata dal ritmo rituale del tamburo e dal be-pop del sassofono e del contrabbasso, per un'esibizione ammaliante che cuce assieme sonorità provenienti da vari posti nel mondo e, con queste, anche i lembi della nostra storia. Il Main Stage ospita uno degli eventi cardine della giornata di chiusura: il concerto di Daddy G, al secolo Grant Marshall. Figura centrale nella storia della musica elettronica e membro fondatore dei Massive Attack, ha accompagnato il tramonto in un crescendo di vibrazioni ed emozioni. "Jump, jump, jump" grida l'artista nelle due ore piene sul palco. Il pubblico risponde caloroso, trasformando il parterre in una pista da ballo dove energici e liberi si muovono corpi di ogni età.

LA NIÑA, JezzReFound Festival, ph. Pietro Longhi, Nataly Buratti

Protagonista della serata conclusiva del festival è stata La Niña, nome d'arte di Carola Moccia, selezionata dal direttore artistico Denis Longhi, perché
apre un ulteriore sguardo sul Mediterraneo e sulla narrazione delle radici, portando avanti un percorso tracciato per noi da tempo: ridefinire il rapporto tra identità locale e cultura globale.
La cantante napoletana, classe 1991, unisce il dialetto e la tradizione partenopei con la sperimentazione e l'ibridazione. Il suo ultimo singolo, Ràreche, significa proprio radici. Il brano, prodotto da lei stessa, insieme ad Alfredo Maddaluno e Matteo Parisi, indaga il rapporto tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto: da un lato il fiore, che può essere spezzato dal vento (Se pò spezzà nu ciore 'mmiez'ô viento), dall'altra le radici che, sotto la terra, restano vive (Ma sotto â terra 'e rareche so' vive). Spiega La Niña:
Le radici hanno fiducia nei fiori, anche quando si spezzano. E i fiori hanno fiducia nelle radici, custodi del mistero di ciò che ci genera e ci regge, anche quando non lo meriteremmo. Ràreche è questo: ciò che continua a nascere dentro ciò che è stato spezzato.
Il repertorio del concerto attinge poi dall'ultimo album della cantautrice, Furèsta, che le è valso la Targa Tenco come miglior album in dialetto e che sta portando in tour in Italia ed Europa. Se si chiudono gli occhi, ci si percepisce fuori dal tempo. I ritmi atavici, creati dalle voci profonde e materiche de LA NIÑA e del suo coro di baccanti, dai tamburi e dagli strumenti tradizionali, si uniscono al sapiente uso del sintetizzatore e della musica elettronica. In Furèsta prevale l'istinto animale, il mondo boschivo delle origini e della libertà di esplorare il proprio sè. In Oinè, un gatto e un serpente dialogano in giardino: il ritmo è ipnotico, a tratti onirico, benché diretto ed esplicito come la natura sa essere.
Ho osservato attentamente gli animali per scrivere questo album e, in particolare, questa canzone - spiega la cantante durante la presentazione del brano - Sono stati d'ispirazione perché mi hanno spiegato che non è un problema essere disallineata con il mondo, vivere seguendo il mio istinto, perché è ciò che loro fanno naturalmente.
Nella musica de LA NIÑA è centrale il tema del femminile, svestito della patina stereotipata: il suo è un femmineo ancestrale, primigenio, a tratti quasi selvatico. In Figlia d' 'a tempesta le sue voci milleformi e metamorfiche diventano un grido corale, un inno divenuto manifesto. Pe' 'e sore ca' ce' 'ate luat' ca' nun so' turnat' / Nun l'amm scurdat', nun l'amm scurdat' (Per le sorelle che ci avete portato via e che non sono tornate, non le abbiamo dimenticate, non le abbiamo dimenticate).

È "un omaggio all'archetipo della femmfatale rielaborato in chiave arabo-napoletana, come a voler generare un sincretismo culturale fra le diverse sponde del Mediterraneo", Salomè, introdotta dalla chitarra classica in dialogo con il flauto traverso di Francesca Iavarone, ma anche con le nacchere di Chiara di Girolamo, la batteria e le percussioni di Francesca Del Duca e la tastiera e il synth di Alfredo Maddaluno. Non mancano i riferimenti politici: con Guapparìa, LA NIÑA critica i guappi, ovvero i malavitosi, ma in generale "chi governa senza onestà", e l'ipocrisia della società che si volta dall'altra parte. Ci sono ancora delle tammurriate (tradizionale forma di ballo e canto popolare della Campania, il cui ritmo in 4/4 è dettato dal suono della tammorra, un grande tamburo a cornice.), una versione moderna e viscerale di Maruzzella di Carosone, eseguita in duetto con Maddaluno, uno studio mai inciso e ascoltabile solo ai live legato alla leggenda di Manalonga, una sorta di strega (se fosse piemontese sarebbe una masca) che abita in un pozzo e da cui si dovrebbe stare in guardia - o forse sarebbe meglio guardarsi da chi l'ha buttata nel pozzo? L'acme della poesia della Niña arriva con Pica pica, una dolce ninna nanna, eterea e immaginifica. Sul palco prendono vita le due gazze che cantano tra loro, grazie alle voci che si fanno cinguettio della cantante e della sua musicista. Il risultato è commovente, da pelle d'oca.
Solo le cose piccolissime godono dell'immortalità
dice La Niña. E allora tutto il pubblico si accovaccia nel parterre, migliaia di persone si fanno gazze, piccole, meravigliate. È un'ode silenziosa alle gioie microscopiche, ai sussulti dell'animo, alle impercettibili lacrime d'amore che rigano i volti, alle poesie sussurrate, ai baci rubati, all'eternità dei momenti che sembrano già volati via...
Pica Pica Pi' Nun te preoccupá Pica Pica Pi' Tiene voglia 'e fa' Ogge nun è l'urdemo juorno Ca t' hê 'a sceta' E si pure fosse tu pienz' a canta' Pica Pica Pi’ non ti preoccupare. Pica Pica Pi’, hai voglia di fare Oggi non è l’ultimo giorno che devi svegliarti, e anche se lo fosse, tu pensa a cantare
E pensando ancora a cantare si spengono i riflettori su questa diciottesima edizione di Jazz:Re:Found. Ma il viaggio non finisce qui: online sono già acquistabili i biglietti per l'edizione 2027. Perché in fondo si torna sempre dove si è stati bene. Si torna sempre… a casa.


Festival osservato: JazzReFound

Festival Progetto TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS