TourFest 2025 | Un Temporale per fermarsi e guardarsi davvero dentro


Affacciato sul Gazometro e lambito dal biondo Tevere, il Teatro India ha accolto dal 24 al 29 giugno Temporale, la dodicesima edizione dello Youth Fest di Dominio Pubblico. Gli spazi dell’ex fabbrica di sapone Mira Lanza sono stati travolti dall’energia delle ragazze e dei ragazzi della DAP (la direzione artistica partecipata) e della RED (la redazione) che, dopo un anno fatto di incontri, esperienze di visione e scelte importanti, hanno aperto le braccia invitandoci a ballare con loro sotto l’acquazzone, perché
Se la pioggia è arte, non portare l'ombrello
Questo è il claim del festival e io ho deciso di fidarmi, di mettere da parte la frenesia del quotidiano e di lasciarmi sorprendere dalle infinite gocce che, scorrendo una dopo l’altra, hanno composto la perturbazione artistica scatenata dagli under 25.

Come funziona la direzione artistica partecipata? E perchè under 25?

Dominio Pubblico nasce nel 2013 come progetto di formazione del pubblico da un’idea del Teatro dell’Orologio e del Teatro Argot Studio, grazie alla collaborazione con Luca Ricci, fondatore di Kilowatt Festival e ideatore del format Visionari, che dal 2007 coinvolge spettatori non addetti ai lavori nella selezione di alcuni spettacoli per la programmazione del festival di Sansepolcro. Fin dall’inizio l’attenzione è stata rivolta al ricambio generazionale e agli sguardi dei più giovani, con l’obiettivo di conquistarsi attivamente un proprio spazio all’interno del panorama culturale contemporaneo. Con Dominio Pubblico non si va solo a teatro, non si incontrano solo gli artisti, ma si ha la possibilità di ideare e organizzare un evento multidisciplinare la cui programmazione comprende teatro, danza, cinema, musica, arti visive e digitali, talk. La direzione artistica partecipata ha un anno per elaborare e lanciare una call for artists, valutare tutti i progetti arrivati e creare una line-up che rispecchi la visione che si vuole comunicare al pubblico. Ogni anno il gruppo cambia e così ogni edizione del festival è unica nel suo intreccio sempre diverso di istanze, sguardi, idee. Ho fatto parte della DAP nel 2023 e per me è tangibile come il continuo avvicendamento di ragazzi e ragazze sia il motore del progetto: con il tempo DP viene plasmato da chi lo attraversa e si arricchisce grazie all’ascolto delle nuove generazioni di spettatori, artisti e operatori culturali. Per Temporale, allora, ho ascoltato la DAP: ho lasciato a casa l’ombrello e, sotto la pioggia, ho realizzato che era da un po’ di tempo che non mi fermavo, per guardare (e guardarmi) davvero.


Gamberetti con Piero Lanzellotti

“La verità è che Vincenzo è un inetto, Vincenzo è un inetto, Vincenzo è un inetto!”
La canticchi mentre esci dalla sala, e solo dopo ti rendi conto che canti con gusto l’inettitudine di un ragazzo che, a ben guardare, ti somiglia. Grottesco, no? Gamberetti riesce a fare questo: ti fa immedesimare, per poi ridere delle fisime di Vincenzo, 27 anni e una vita tutto sommato standard, a parte per quella strana fobia per i gamberetti. Complice di un’atmosfera intima, e allo stesso tempo ironica, è la stand up comedy, modalità con cui Vincenzo si racconta agli spettatori, sollecitandone la reazione immediata e esortandoli a intervenire attivamente durante la narrazione delle sue disavventure amorose e familiari. Il racconto di Piero Lanzellotti, aka Vincenzo, è spesso interrotto da scene che accadono sul fondo e che, inevitabilmente, distraggono lo spettatore dal protagonista, il quale prova a riportare l’attenzione su di sé, fallendo miseramente. Gilda Rinaldi Bertanza, con un corpo plastico e una mimica eccezionale, è la scimmia, simbolo dell’istinto primordiale e del legame con la Madre Terra; Carlo Guglielminetti e Riccardo Mori sono il duo che non si augura a nessuno: si aggirano insidiosi nella mente di Vincenzo che, in un momento di coraggio, gliele suona a ritmo di musica. Gamberetti è un viaggio nella psiche di Vincenzo, un viaggio disordinato, distratto, impulsivo, frammentario che mima quei percorsi mentali, spesso illogici, di cui tutti abbiamo fatto esperienza. E se la storia di Vincenzo ti ha stressato… respira e concentrati sul muscolo psoas.

Gamberetti, ph. Giulia Valentini

The Tube con Alessandra Marino e Giulia Corselli

Sei stretta in un vagone della metro, e l’unica cosa che vorresti è che il tuo corpo svanisse per evitare, a ogni frenata, di scontrarti con qualcuno, di avere quel contatto che, effettivamente, non hai ricercato. In metro il corpo oscilla, si contrae, suda, si scompone, mentre la testa va altrove, si annichilisce, corre, si aggomitola. Alessandra Marino e Giulia Corselli, in una performance elegante e ironica, ci coinvolgono nell’evoluzione di un rapporto, nell’avvicinarsi di due corpi. E se stessimo scappando dall’altro? Cosa succederebbe se fossimo più disponibili alla relazione? La frenesia ci rende distratti e distanti, non ci guardiamo attorno, ci perdiamo le fisionomie delle persone e dei luoghi, è tutto vago, sfumato, inafferrabile. Quando, a un certo punto, due mani si stringono. E nascono la gioia di un incontro, la curiosità di uno sguardo, l’entusiasmo della scoperta. L’ascolto e la complicità si fanno sempre più intensi, fino a un momento in cui le due performer danzano all’unisono, con un movimento coreutico fluido e delicato. Con la stessa armonia, le interpreti coinvolgono attivamente il pubblico, invitandolo a parlare tramite un tubo giallo, fino a quel momento utilizzato nella coreografia. Chi non è coinvolto non riesce ad ascoltare ciò che i due interlocutori si stanno dicendo, ma anche solo guardare il divertimento sul loro volto e la cura profusa nell’ascolto genera un senso di pienezza commovente e vitale: The Tube ha creato un nuovo spazio di relazione.


Torciaumana con Paolo Lupidi

“Ma ce li avessi di nuovo io vent’anni… tutta quell’energia e quella voglia di fare. Sfruttali al massimo, eh!” o tutte quelle frasi simili alla precedente che ti fanno domandare cosa ne stai facendo della tua giovinezza. Paolo Lupidi, attore e regista (insieme a Matilde Zavagli) di Torciaumana, ci catapulta nella vita frenetica, sfiancante, stressante di un ventenne che non si riesce a fermare perché sente alle calcagna l’angoscia di non fare abbastanza. Neanche la febbre e quel fastidioso ronzio nelle orecchie arrestano la sua corsa. Quando il corpo manda campanelli d’allarme, li ignora e alza l’asticella alla ricerca di nuovi impegni da portare a termine. Chi si ferma è perduto, no? Solo un avvertimento: attenti alla combustione della Torciaumana.

Torciaumana, ph. Camilla Ciavatti

Torciaumana è stato presentato al DP – Youth Fest come studio teatrale. È un primo passo promettente che, con ricerca, studio e la cura di qualche sguardo attento, potrebbe crescere e accendere gli animi e le menti dei futuri spettatori. Quello dell’iperproduttività è un tema urgente, ormai rallentare o concedersi una pausa scatena senso di colpa e di inadeguatezza. D’accordo, questa condizione non riguarda solo noi ventenni, ma forse la nostra generazione sta contribuendo a porre in evidenza la necessità di scardinare questo meccanismo corrotto e corrosivo. Torciaumana, con una scenografia minima e un testo ironico senza fronzoli, racconta un sentire comune, una sofferenza condivisa. Perché, se permettete, nel fiore dei nostri anni, vorremmo avere anche il tempo di appassire un momento, nutrirci di nuova linfa, e poi rifiorire.

Non ho chiesto (io) di venire al mondo di Alessandra e Roberta Indolfi

…ma dal momento che sono qui, allora gioco. Contro il produrre a tutti i costi, contro l’essere prestanti, contro l’obbedienza, (io) gioco. Alessandra e Roberta Indolfi, ideatrici del progetto, insieme a Eleonora Gambini e Giuseppe Zagaria entrano nell’arena del Teatro India e iniziano a disegnare a terra con dei gessetti colorati. Ognuno di loro prepara il proprio schema per giocare a campana, alcune porzioni del corpo diventano strumenti di misurazione per tracciare linee e calcolare distanze: un lato di un quadrato, per esempio, è più o meno un avambraccio. Quando è tutto pronto, bastano degli sguardi di intesa, due parole per accordarsi su chi inizia e chi finisce, e il gioco può partire. Scanditi dal conteggio a 8 tempi, i salti si susseguono prima coordinati, per poi disattendere l’aspettativa dell’osservatore, in un vortice che rompe il ritmo conforme e ci trasporta nei ricordi (e nei giochi) della nostra infanzia.



Non ho chiesto (io) di venire al mondo ph. Giulia Valentini

Complicità, spensieratezza, spontaneità ci cullano in un momento sospeso, ci ricordano come era giocare senza pretese, solo per il gusto di farlo. Fino a quando, a poco a poco, non si insinuano nel passatempo attimi che disturbano l’atmosfera lieve e che innescano sensazioni di inadeguatezza, fastidio, disagio. È come se lentamente quella cattiveria sfidante tipica dei bambini diventasse più feroce, più adulta. Così, dopo una conta, Roberta Indolfi si trova a vagare bendata nello spazio in balia delle indicazioni degli altri performer, alla ricerca della mazza da baseball con cui distruggere la pignatta sospesa in fondo. Roberta diventa una trottola da far girare a vuoto, un corpo disorientato in cerca di una direzione, una marionetta manovrata dall’alto e dall’altro. La pignatta incombe sul corpo della performer che, nel suo essere indifesa e impotente, sembra ancora più piccola e schiacciata dal dovere (e dal dover vincere). Il divertimento della distruzione assume note angoscianti, il gioco non è più piacere: è fatica, frustrazione, rabbia. È questa la vita che sognavi da bambino?

MOOD DEL FESTIVAL: Così cosà di Fulminacci e Sto nel flusso di MilleAlice (scopri tutti i mood dei festival del TourFest 2025)

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