TourFest 2025 | Sguardi sul già stato per costruire il non ancora
Di Antonella De Rosa e Beatrice Del Core.
Il festival di Santarcangelo si estende in forma capillare. Lo abbiamo visto succedere di fronte ai nostri occhi durante i nostri tirocini negli scorsi anni, da borgo silenzioso - se non per le campane e il mercato del venerdì mattina - a costellazione di luoghi che bisogna saper navigare per incastrare le performance.
Vediamo questa volta il prodotto finito. Finito ma non ancora, not yet, perché il bello di quello che accade è la continua costruzione, il significato che si crea con gli incontri.
Scendiamo dal treno e ci ritroviamo a Santarcangelo in medias res, nel campeggio senza un materassino e con troppi pochi vestiti per reagire alle temperature, ma ancora non lo sappiamo.
Ci lanciamo subito verso la prima performance, con la paura di aver calcolato male i tempi di percorrenza e senza sapere quando cenare. L’ITSE Molari ci accoglie con Monga: Jessica Teixeira denuncia la vicenda di Julia Pastrana, affetta da ipertricosi, condizione caratterizzata dalla crescita intensificata di peli sul corpo. Dopo una vita da circense nel ruolo di “donna-scimmia”, muore di parto a 26 anni insieme al figlio. I due corpi, imbalsamati dal marito, vengono fatti girare per il mondo nel tentativo di soddisfare la curiosità morbosa della comunità scientifica e trovano pace solamente molti anni dopo la morte della donna, quando le sue spoglie ritornano in Messico, il suo paese natio. Teixeira chiama in causa il pubblico, disposto sui tre lati della stanza, che diventa giuria di un processo nei confronti di una cultura che ha consentito che questo accadesse. Nel racconto, la performer, insieme a due videomaker, due musicisti e due traduttori LIS, riscrive la propria storia tramite la sua nudità non conforme, una maschera da scimmia, luci stroboscopiche e momenti conviviali come il cantare I Will Always Love You di Whitney Houston tutti insieme, un brindisi di cachaça e un ballo collettivo.
Monga di e con Jessica Texeira, Santarcangelo Festival 2025, ph. Pietro Bertora
Una volta uscite, ci guardiamo negli occhi e quasi scoppiamo a piangere. Prendiamo l’intensità di tutto quello che è appena successo e la portiamo al Centro Supercinema, con un senso di ingiustizia e il desiderio di stare ancora nei sentimenti contrastanti che ci hanno lasciato queste due storie intrecciate.
Il performer Robson Ledesma in Dona Lourdés ci racconta la storia della nonna di Nemo Camus - a cui si deve la regia, in collaborazione con Nathalia Kloos. Di nuovo, siamo messe a confronto con un passato che non ci appartiene, ma che sentiamo nostro. E' l'omaggio coreografico a un’eredità culturale, razziale e familiare - nel tentativo di mediare la tensione di una vita tra samba e danza classica. Il sottofondo sonoro è un'intervista di Némo Camus a Lourdés de Oliveira in portoghese, lingua che l'autore si impegna ad apprendere per avvicinarsi alle radici di una cultura di cui viene privato dopo il trasferimento della propria famiglia in Francia. Fondamentale è il “no” di Dona Lourdés dopo la richiesta di prendere parte alla creazione della performance, in una sottrazione consapevole che diventa desiderio di essere autrice della propria storia.
Passiamo una notte glaciale infilandoci tutti i (pochi) vestiti che ci siamo portate - incluso un accappatoio. Il tempo del festival è altro: se durante le serate il ritmo è serrato, il giorno ci consente di stare con i pensieri della sera prima, rivedere amici e mangiare un sacco di piadine.
Proviamo ad avere quattro occhi su tutto, ma non ci riusciamo.
Cominciamo al Teatro Il Lavatoio con Bell End, da cui usciamo senza sapere cosa dirci. Con micro-gesti ripetuti e tecnica ventriloqua, la Compagnie Carmen Chan presenta un alfabeto della mascolinità tossica. Le due performer, una sugli spalti e una in scena, interagiscono con il pubblico fin dal suo ingresso. Tra ammiccamenti, rutti, sguardi lascivi e costumi sformati, lavorano sulla figura del “connard” e se ne riappropriano puntando a una catarsi che viene raggiunta nel momento finale durante la lunga ripetizione del brano Huguette, un rifacimento della canzone francese per bambini. L’ambiente che si crea è incredibilmente teso: quella che all'inizio è ironia ed esagerazione pone il pubblico, nel corso del lavoro, di fronte a una gestualità che le persone socializzate donne conoscono bene, replicando modalità di interazione violente che riflettono l’esperienza di molt_.
Ci dirigiamo poi al Palazzo della Poesia per Brinjë më Brinjë, installazione video e performance di Genny Petrotta. Qui la storia stratificata delle Burrnesha - donne che, secondo il Kanun albanese, assumono identità maschili - si intreccia a immagini video, riti funebri maschili e al monologo di Amleto nella versione di Amelia Rosselli e nella traduzione albanese di Ledia Dushi. In sottofondo, Gloria Dorliguzzo rievoca il Gjama e Burrave, antico rito funebre albanese, mentre in scena Cristina Kristal Rizzo ne ripete le gestualità.
Ci separiamo, una verso Ex Corderie per Threesome dove Wojciech Grudziński danza con i fantasmi del passato, evocando Stanisław Szymański, Wojciech Wiesiołłowski e Gerard Wilktre, danzatori queer della Polonia comunista. Una coreografia spettrale e personale, che fa della memoria un atto di resistenza corporea. In scena, una figura che danza da lontano, indefinita, a testa in giu. Si muove lentamente in una coreografia densa fatta di piccoli spostamenti. Il corpo, sempre più sudato, si avvicina al pubblico coinvolgendolo in una tensione fisica e sensuale.
L’altra entra in un appartamento privato in piazza Ganganelli per Feral di Josefina Cerda. Lo spazio che viene costruito è estremamente intimo, all’ingresso viene richiesto al pubblico di toglieresi le scarpe in una sala con luci rosse, siamo in numero ridotto e occupiamo la stanza per intero, a eccezione di un tavolo che mostra un arsenale di sex toys, un mixer e una loop station. Durante la performance Cerda si interfaccia con il pubblico direttamente e, in quaranta minuti, traccia una genealogia materiale - con l’aiuto di toys, odori, gemiti e miagolii - della sua rivendicazione di sé come oggetto sessuale: dall’infanzia ipersessualizzata, tramite il sex work, al piacere puro.
