TourFest 2025 | L'omaggio a Raffaella Giordano ma anche molto altro


Il primo week end

di Gabriele Morviducci
Kilowatt Festival giunge alla sua XXIII edizione. Dal 2003 l’associazione Capotrave/Kilowatt, diretta da Luca Ricci e Lucia Franchi, ha fatto diventare questo evento un punto di riferimento, sia per la città di Sansepolcro sia per il panorama dello spettacolo dal vivo in Italia. Il punto di svolta è arrivato durante la terza edizione del festival quando, a causa dei pochi biglietti venduti, venne deciso di fare un cambiamento. Il festival doveva diventare parte integrante del territorio e di chi lo abitava. Il festival doveva diventare delle persone, di chiunque lo vivesse. Proprio per far diventare parte del festival anche chi non lavora in questo ambito, nasce il progetto dei Visionari, un gruppo di spettatori non addetti ai lavori che, dopo aver guardato i video degli spettacoli, arrivati attraverso il bando che Kilowatt pubblica ogni anno, ne selezionano alcuni che verranno inseriti poi nel programma del festival. Negli anni Kilowatt è diventato molto più di una associazione o di un festival: è un centro di produzione e di sostegno alla produzione, è una residenza per la creatività contemporanea, è un luogo che si è aperto anche alla musica sperimentale, alla letteratura contemporanea e alle arti visive. Tra il 2007 e il 2010 il festival si è svolto anche in altri Comuni della Valtiberina Toscana, ovvero Anghiari, Badia Tedalda, Caprese Michelangelo, Cortona, Monterchi, Pieve Santo Stefano e Sestino. Inoltre, negli anni ha trovato vari sostenitori, primo tra tutti il comune di Sansepolcro che dal 2003 fornisce il suo appoggio, poi la Regione Toscana e numerosi partner privati locali, dal 2012 anche il Ministero della Cultura e dal 2015 l’Unione Europea, a cui si sono aggiunte, negli anni seguenti, varie ambasciate europee. Nelle edizioni svolte anche in altri luoghi, solitamente si ha una suddivisione degli eventi, così che entrambi i comuni possano sostenere il festival. Kilowatt è diventato nel tempo di importanza nazionale e di stampo internazionale, grazie agli ospiti e agli artisti che ogni anno animano questi giorni di arte e cultura. Danza, teatro, mostre, performance site-specific e performance digitali hanno riempito la città di Sansepolcro dall’11 al 19 luglio, popolando ogni luogo del borgo, non solo gli edifici teatrali. Tra prime nazionali, prime assolute, anteprime ed eventi in esclusiva. Ogni giorno ci sono spettacoli, mostre e incontri, oltre alla proposta dei Visionari, che quest’anno ha selezionato nove lavori tra le 446 proposte arrivate. Di queste nove scelte, una è stata compito dei VisioYoung, un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 25 anni che hanno seguito un percorso di avvicinamento alla curatela artistica di un festival di arti performative. Le serate si concludono poi ai giardini di Piero, dove il festival ha allestito una zona ristoro con djset per favorire l’aggregazione e la creazione di una vera e propria comunità del festival, dove il pubblico può mangiare allo stesso tavolo con artisti, organizzatori e addetti ai lavori.

Una madrina rivoluzionaria
Per l’edizione del 2025, Kilowatt ha scelto come madrina del festival la coreografa, danzatrice e pedagoga Raffaella Giordano. Dopo aver lavorato con Carolyn Carlson e Pina Bausch, nel 1984 ha cofondato la compagnia Sosta Palmizi, di cui adesso è direttrice artistica insieme a Giorgio Rossi. Dall’11 al 13 luglio, la coreografa è stata protagonista di tre incontri, aperti al pubblico, curati da Alessandro Pontremoli per approfondire la sua visione artistica e il suo contributo alla scena contemporanea. Fare memoria, il primo incontro, ha offerto un’introduzione alla sua opera e al suo linguaggio artistico ed esperienziale. Il 12 luglio si è svolto Territori e sconfinamenti di una poetica, dove sono intervenuti Elena Cervellati, Aline Nari, Carmelo Zapparrata e Annalisa Sacchi con i suoi studenti del corso magistrale in Teatro e Arti performative dello IUAV di Venezia. Dopo averne studiato il lavoro, i ragazzi hanno reinterpretato la poetica e il pensiero di Raffaella Giordano nella performance Un corpo che non ho inventato io, messa in scena nei giorni di festival. L’ultimo incontro, Natura ed energia: dialogo con altre generazioni, ha proposto il 13 luglio un momento di dibattito e di riflessione tra Raffaella Giordano e altri artisti più giovani, tra cui: Eliana Rotella, AnnaMaria Ajmone, Giovanni Insaudo, Femke Gyselink ed Emma Zani. Oltre a questi momenti, ci sono stati due ulteriori incontri dedicati alla visione di due dei suoi spettacoli, con gli interpreti originari. La prima visione, in compagnia di Doriana Crema‚ Paola Comis/Piera Principe e Aldo Rendina, ha riguardato lo spettacolo Quore. Per un lavoro in divenire (1999), Premio Speciale Ubu 2000. In Quore c’è una sorta di sensualità e di eroticità sgraziata, come tutto il resto dello spettacolo. Difficilmente si percepisce armonia. Gli attori-danzatori, spesso con delle parrucche in testa, con i loro movimenti, apparentemente sconnessi e casuali, rappresentano il caos della vita. Un caos che diverte. Dopo aver visionato il filmato dello spettacolo, c’è stato un momento di dialogo e di confronto proprio con gli interpreti di Quore. Ancora, il 13 luglio nell’auditorium di Santa Chiara, c’è stato l’incontro Il Cortile reloaded , dove sono stati visionati cinque spezzoni dello storico spettacolo di SOsta Palmizi, intermediati dagli interventi di Michele Abbondanza, Francesca Bertolli, Roberto Cocconi, Raffaella Giordano e Giorgio Rossi. L’evento è stato realizzato in occasione dei quarant’anni dello spettacolo, andato in scena per la prima volta nel 1985, stesso anno in cui ha vinto il Premio Speciale Ubu. Spettacolo cardine per la rivoluzione della danza e del teatro-danza in Italia, che nasce grazie a diversi laboratori e improvvisazioni eseguiti dagli artisti. Il Cortile racconta, in chiave astratta, di sei giorni di vita di un gruppo di sopravvissuti a un cataclisma, all’interno di un cortile. Il pavimento è cosparso di terra, la scenografia suggerisce una situazione di estrema miseria. È un flusso di coscienza fra il realismo e l’assurdo, sintomo della follia dei protagonisti, ma che potrebbe rappresentare l’interiorità di tutti noi. Per l’occasione, vera sorpresa di questo incontro, i commenti di Carolyn Carlson dedicati a ogni interprete. Roberto Cocconi, nel retro di una cartolina promozionale realizzata per l’evento, scrive:
Eravamo artigiani della danza, apprendisti e maestri allo stesso tempo, intenti a forgiare un linguaggio nuovo con gli strumenti ereditati e le nostre sensibilità emergenti. Eravamo spontanei, disordinati e spesso in disaccordo ma mossi dalla bellezza dello slancio e dell’inconsapevolezza dell’istinto. Le giornate erano un susseguirsi di prove, discussioni, risate e silenzi pieni di significato. Ogni gesto, ogni movimento, scaturiva da un’intuizione collettiva, da un’energia condivisa che ancora oggi risuona in noi. Il Cortile non fu solo uno spettacolo; fu il frutto di un’esperienza umana profonda, di un laboratorio di vita e arte dove l’amicizia e la creatività si fusero indissolubilmente. Oggi, ricordando quei giorni, sentiamo la stessa emozione, la stessa connessione che ci unì allora, consapevoli che quel retrobottega di giovani sognatori è ancora vivo dentro di noi.
Tra gli eventi dedicati a Raffaella Giordano c’è stata la messinscena dello spettacolo Tu non mi perderai mai (2005/2025), liberamente ispirato al Cantico dei Cantici. Per i vent’anni dal debutto, Giordano ha diretto la nuova interprete Stefania Tansini (Premio Ubu come miglior performer under 35 nel 2022), in un passaggio di testimone che è frutto di un importante e difficoltoso lavoro di trasmissione da un corpo a un altro.

"Ricordati di cercare l’orso!"
La frase della nonna di Camilla Parini diventa la chiave di lettura di Je Suisse (or not), lavoro prodotto nel 2023 dal Collettivo Treppenwitz, di cui l’autrice è co-fondatrice, pensato per uno spettatore alla volta. Je Suisse (or not) è un viaggio attraverso i ricordi dell’autrice, un’immersione totale in una dimensione nostalgica che all’ingresso nella sala non ti aspetti. La sensazione che si prova una volta entrati nella stanza è una curiosa stranezza, a causa di ciò che ci si pone davanti. Una situazione dove non si sa che fare, fino a che non si decide di abbandonare tutte le prime impressioni per lasciarsi avvolgere da questo racconto. Una poltrona pronta ad accoglierci, diversi oggetti sparsi per la stanza che apparentemente mandano in confusione, ma soprattutto una persona (l’artista) dentro a un costume da orso polare. L’animale ti spinge ad accomodarti sulla poltrona, per poi cederti un album fotografico da sfogliare. Sarà proprio quest’oggetto a guidarti durante tutta la performance, attraverso scritte e indicazioni su cosa devi fare. Si vive un rapporto a tu per tu con l’artista tramite un viaggio nei suoi ricordi, attraverso ritagli di fotografie, video e scritte, con cui cuce la sua storia. Viene scomposta e ricomposta l’idea di famiglia e di identità, attraverso l’incapacità di definirsi e di trovare il proprio scopo nella vita. Un viaggio dolceamaro che mi ha fatto provare dalla dolcezza alla frustrazione. Un viaggio che ti fa perdere la cognizione del tempo, per poi rendersi conto di essere stati in quella sala solo mezz’ora, in linea con l’intento del Collettivo che dalla sua fondazione nel 2018, grazie all’unione delle realtà Atré Teatro, Azimut e Collettivo Ingwer, si dedica all’esplorazione del contemporaneo tramite diversi linguaggi espressivi.

Camilla Parini, Je Suisse (or not), Kilowatt 2025, ph. Luca Del Pia


Danza in lotta contro forze invisibili
Aliféyini Mohamed aka Lil’Cé si forma a Mayotte, isola africana appartenente al territorio d’oltremare francese, presso il Royuame des Fleurs (Reame dei Fiori), uno spazio di ricerca e creazione incentrato su danza, teatro, musica e arti visive, creato e gestito dal coreografo Djodjo Kazadi e dalla sua compagnia Kazyadance. Shido è una performance accompagnata da una musica quasi tribale nato dall’esperienza di suo fratello con autismo. Lil’cé, esplora le percezioni di un corpo differente, soggetto a un isolamento sociale, tramite la ripetitività dei gesti e movimenti, in certi casi scattosi. Il corpo si fa oggetto di ricerca, per esplorare un modo diverso di essere e di percepire le cose. Lo spettacolo inizia proprio al buio, con una sola luce che illumina la schiena dell’artista. Grazie al suo movimento, e un sapiente uso delle luci, Lil’cé, mette in evidenza ogni singola contrazione muscolare che deforma il suo corpo. Grazie a questo racconto coreutico estremamente evocativo emergono le fragilità del coreografo, dovute al rapporto con il fratello e alle difficoltà di vita di quest’ultimo. È come se l’artista lottasse con forze invisibili, che si oppongono ai suoi movimenti, per riconnettersi a un mondo e a una società che lo ha sempre posto ai margini a causa della disabilità. Si mette nei panni di un corpo che è sempre limitato su diverse dimensioni: spaziale, psichica, sociale e fisica. Lil’cé si muove per tutto il palco, tra luce ed ombra, spostando e disponendo delle pietre per lo spazio, maneggiandole più volte. Movimenti apparentemente senza senso, che potrebbero essere assimilate ad azioni tipiche dell’autismo come lo stimming motorio, che cercano di spiegare un differente modo di vedere e di vivere le cose.

Aliféyini Mohamed aka Lil’Cé, Shido, Kilowatt 2025, ph. Elisa Nocentini[/caption]


È finito?
Spettacolo del coreografo e danzatore Giovanni Insaudo, I have seen that face before, selezione dei Visionari, si interroga sulla natura dei saluti finali, quindi la natura stessa della performatività. Si crea un rapporto con lo spettatore, dove i ballerini Sandra Salietti Aguilera e Hélias Dorvault giocano a ingannare il pubblico, entrando e uscendo di scena, con inchini… Il coreografo destruttura il momento di chiusura di uno spettacolo, reinterpretando la “fine” come una potenziale rinascita, esplorando quell’istante che intercorre tra l’ingresso dei ballerini sul palco dopo la fine dello spettacolo e l’applauso del pubblico, ingannando anche le emozioni che vengono provate in quel momento. L’obiettivo del coreografo è compiuto: ha lasciato tutti nel dubbio, tanto da non capire quando fosse la reale fine del lavoro. La sensazione di essere ingannati ancora ha innescato un senso di diffidenza negli spettatori, che solo dopo aver intuito che non ci sarebbe stata nessun’altra rinascita performativa, si sono liberati in un applauso scrosciante.

Giovanni Insaudo, I have seen that face before, Kilowatt 2025, ph. Luca Del Pia

Vivere Kilowatt è stato speciale: un’esperienza inclusiva, dove arte e cultura si condividono tra generazioni, creando momenti di aggregazione autentici in spazi accessibili, fuor dall’ordinario. Grazie alla sua semplicità e alla genuinità dei direttori artistici, Kilowatt rapisce totalmente chiunque passi da Sansepolcro.

Il secondo week end

di Oliviero Ponte di Pino
Nel secondo week end di Kilowatt Festival colpisce la necessità e la capacità degli artisti di misurarsi con l'evoluzione delle tecnologie. Diverse coreografie sembrano ispirarsi allo sport, più o meno esplicitamente. I danzatori e i drammaturghi da sempre trovano ispirazione nelle imprese dei campioni e nella gestualità degli atleti. Le Tir Sacré di Martine Collard mette a confronto la fruizione di un evento sportivo, attraverso una paradossale e ironica radiocronaca dell'evento.

<em>Le Tir Sacré</em> di Martine Collard, ph. Luca Del Pia

Le Tir Sacré di Martine Collard, Kilowatt 2025, ph. Luca Del Pia

Il filtro del video negli ultimi anni ha cambiato il modo in cui guardiamo (e anche le modalità di allenamento: primi e primissimi piani, riprese da diverse angolazioni, ripetizioni, ralenti hanno modificato la percezione degli eventi sportivi, da un lato personalizzandoli, ma dall'altro soprattutto consentendo di decostruire ogni gesto nei minimi dettagli... Con i social, ogni sequenza può essere ripetuta all'infinito. Questo approccio sembra riemergere in varie coreografie: nell'esibizionismo di Davide Tagliavini con l'assolo That’s All ma anche nel virtuosismo, nell'energia e soprattutto nella precisione del duo Billy Barry e Gianni Notarnicola nel pezzi brevi di G.O.A.T.S. (going on a trip, sis).

Un approccio analogo al gesto ha ispirato anche Toujours de 3⁄4 face!, visto nelle serre di Albenga per Terreni Creativi: venti minuti di energia scenica: a partire dai frammenti sonori della testimonianza di un karateka belga, Johnny Cadillac. La danzatrice e coreografa Loraine Dambermont riprende gli attacchi, le schivate e i controattacchi, i movimento del corpo, in una coreografia che utilizza come elemento generativo il fast forward e il fast backward per scomporre e ricomporre ossessivamente ogni azione: è un gioco virtuosistico, sospeso tra l'energia esplosiva e la capacità di controllo, dove la potenziale violenza diventa fascinazione ipnotica. Tornando a Kilowatt, una sottile ironia ispira Reface del duo Les Idoles, ovvero Chandra Grangean e Lise Messina, che con un ironico e trasformistico uso di parrucche, trucchi, frammenti di nastro adesivo, pezzetti di gomma reinventano i filtri usati dai social: la distorsione digitale viene replicata con mezzi analogici. Molti dei performer visti nel corso dell'estate, sono corpi fisici in dialogo con l'orizzonte digitale.

Les_Idoles, <em>Reface</em>, ph. Luca Del Pia

Les Idoles, Reface, Kilowatt 2025, ph. Luca Del Pia

Per quanto riguarda l'impatto delle tecnologie sulle arti performative, è inutile ricordare l'uso ormai sistematico di auricolari per guidare il pubblico in spettacoli-percorso, come accade nell'audio walk di Emiliano Battistini I cento suoni, dove il paesaggio urbano di Sansepolcro si sovrappone al borgo esplorato e reinventato in un racconto di Tonino Guerra.

Il confronto con il linguaggio del rap, tra poesia e musica, innerva invece Anse di Mezzopalco – Usine Baug, vicenda di alienazione urbana portata in scena da Riccardo Iachini, Toi e Massimo Giordani. Non manca infine il confronto con l'AI: Andrea Cosentino si diverte a scrivere e interpretare un testo avendo come spalla (o facendo da spalla?) un bot, a cui far confezionare e interpretare battute e gag.

Cosentino in <em>Trash Test</em>, ph. Luca Del Pia

Cosentino dialoga con l'AI in Trash Test, Kilowatt 2025, ph. Luca Del Pia

Trash Test è una riflessione intelligente e bizzosa sul rapporto dell'essere umano con i nuovi agenti intelligenti, ma anche sulla liveness della nostra interazione con macchine in grado di rispondere in tempo reale alle nostre sollecitazioni. Quanto ci sia di davvero creativo nelle loro invenzioni, lo giudichi lo spettatore. L'impressione è che per ora il senso dell'ironia degli esseri umani resta inarrivabile.

MOOD DEL FESTIVAL: The Seed di Aurora

(scopri tutti i mood dei festival del TourFest 2025)

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