TourFest 2025 | Si parla di Mark Fisher e si ascolta Azelia Banks: il dj party di Sotterraneo


Di Martina Villa.

“Vuoi una Lamborghini? Sorseggiare martini? Essere hot in bikini? Devi lavorare stronza.” Britney Spears, Work Bitch, 2013
Nato a Firenze nel 2005, il collettivo Sotterraneo – fondato da Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa, oggi artista associato al Piccolo Teatro di Milano, parte di Fies Factory e residente ai Teatri di Pistoia – festeggia vent’anni con un compleanno itinerante: un viaggio nell’immaginario del gruppo e nell’epoca che lo ha visto crescere. Per l'occasione, Centrale Fies dedica al collettivo un'intera giornata il 24 luglio, con una maratona di spettacoli che ne ripercorre la carriera. Si inizia con L’angelo della storia, si prosegue con Il fuoco era la cura e si chiude con DJ Show dove, come affermano loro stessi, non c’è il DJ e non è uno show. Il dj diventa archeologo: ogni canzone è un fossile stratificato di ideologie, epoche e memorie personali. Riascoltando la musica con cui siamo cresciuti, cosa cambia quando l’ascoltiamo oggi? Prendiamo Work Bitch: • Strato 1: il suono originale (2013, una hit pop). • Strato 2: la memoria emotiva di chi ascolta. • Strato 3: la rilettura critica del presente ("Devi lavorare stronza, se vuoi la Lamborghini" suona oggi come una reliquia di un’epoca ingenua). Balliamo. O stiamo comodamente sedute sui cuscini, ai lati dell’improvvisata pista da ballo, e ci poniamo grandi domande
Qual è la lunghezza media di un pene? La soglia della povertà è dimezzata, aumentata o sempre la stessa? Possiamo ancora ascoltare Kanye West?
“Kanye West is blond and gone”, scriveva Lana del Rey in The Greatest, canzone in cui, un anno prima della pandemia, decretava la fine di un’era culturale. Era finito il tempo dell’ottimismo pop. “Non sapevamo che avevamo tutto, ma nessuno ti avverte prima della caduta. La cultura è infuocata”, a un passo dal consumarsi bruciando. “E se questo è tutto, me la sono goduta. Life on Mars, non è più solo una canzone”, continuava. Sempre profeta e ribelle Kanye si era avvicinato a Trump, quando avvicinarsi a Trump era ancora controverso. Era il 2016. Oggi è banale e scontato, al limite del noioso, il voltabandiera opportunistico delle celebrità. Possiamo separare l’arte dall’artista? Eppure stiamo ascoltando Black Skinhead, inno in cui rivendicava l’identità maschile nera come potente, invece che aggressiva e pericolosa. Una playlist delle hit di diverse epoche, alternate a brevi episodi assurdi: alza la mano se trovandoti di fronte alla culla dell’inerme baby Hitler gli spareresti. Colpo di arma da fuoco. Musica. Si torna a ballare. Domande filosofiche e accostamenti inaspettati: si parla di Mark Fisher e si ascolta Azelia Banks. Non è un caso che Sotterraneo abbia scelto di festeggiare così. Del collettivo si potrebbero elencare alcune parole chiave: corpo, ironia, ritmo, ma soprattutto tempo – e il modo in cui cambia la nostra concezione della storia.

Welcome to the one and only 24th July of your life

L’unico e irrepetibile 24 luglio della vostra vita. L’angelo della storia si apre con una scena minima, le immagini vengono chiamate alla mente dello spettatore da un flusso incessante di gesti e parole. Sul fondo un display luminoso segna date che vanno e che vengono susseguendosi all’impazzata. Cos’è la storia? Possiamo raccontarla? La storia non è un monolite scolpito nel tempo, ma qualcosa di dinamico, ri-lettura continua del presente e il frutto di molteplici scelte e di tante non-scelte: cosa scegliamo di raccontare, da chi viene raccontata e cosa dimentichiamo. A emergere sono storie marginali, a volte assurde, ecco alcuni frammenti: • Un’artista brasiliano desidera un coniglio verde fluo. Un gruppo di scienziati lo creano per lui. Il coniglio si chiama Alba. (In scena i coniglietti verdi si moltiplicano e saltellano allegramente qua e là). • La statua di Lenin viene portata in Antartica, inizialmente rivolta verso Mosca, viene poi rivolta verso Washington, poi di nuovo verso Mosca. Alla fine cade e viene seppellita dalla neve. • Mad Mike muore cercando di provare che la terra sia piatta. • Nel 1518 un gruppo di appestati a Strasburgo continua a ballare ininterrottamente, a volte fino alla morte. • Il gatto Tommasino diventa milionario, essendo l’unico erede di una ricca signora di Roma. • Carla Capponi, intellettuale antifascista, suona Chopin per coprire i rumori di una riunione clandestina di partigiani.

Sotterraneo, L'Angelo della storia, Centrale Fies 2025, ph. Roberta Segata

Lo spettacolo si ferma e ci chiedono quante di queste storie ci siano rimaste in mente. Fanno un breve riassunto. La storia riparte. Infodemia: il fenomeno per cui “più sappiamo, più non ci capiamo un cazzo”, come dicevano al Dj Show. Questa sovrabbondanza di informazioni, a volte anche false (vedi il gatto Tommasino), fa saltare la nostra capacità di organizzare una narrazione coerente e fluida, come se le mappe neurali si sovraccaricassero, perdendo la capacità di mettere ordine. Il termine, nato anni prima ma rilanciato dall’OMS nel 2020 con la pandemia di COVID-19, è diventato simbolo della crisi informativa di quegli anni, diventando una categoria chiave anche nel mondo post-pandemico. L’Angelo benjaminiano, che guardando indietro vorrebbe fermarsi per ricomporre le rovine del passato e dare un senso agli eventi, ma che viene trascinato in avanti dalla tempesta del progresso, è l’immagine perfetta dell’uomo contemporaneo: schiacciato dal vortice inesorabile di eventi e informazioni.

Il fuoco era la cura? Fahrenheit 451 oggi

Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere “veramente bene informati”. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.” Ray Bradbury, Fahrenheit 451
Cinque attori intenti a memorizzare un libro ciascuno per mettere in scena Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ma senza riuscire ad andare oltre la prima pagina. Così inizia Il fuoco era la cura. Un salto temporale proietta la vicenda nel 2051, quando il teatro non esiste più e i libri sono banditi: non per decreto, ma perché la gente ha smesso di leggerli e “l’aggettivo intellettuale è diventato spontaneamente l’insulto che meritava di essere”. La narrazione procede per capitoli, alternando le vicende del romanzo (il protagonista Montag, i book people, i pompieri che bruciano libri invece che spegnere incendi), e la compagnia nel 2051 che racconta di quando, nel nostro presente, stavano organizzando uno spettacolo su Fahrenheit 451. Due schermi laterali, uno blu e uno arancione, proiettano messaggi contraddittori, dove a ogni verità corrisponde il suo opposto. “Se vuoi che qualcuno sia felice, non fargli sapere che esistono due aspetti della stessa questione”, diceva il capitano Beatty. Così, nel giro di pochi anni, raccontano gli attori del 2051, abbiamo barattato la democrazia con il “patentino di voto”, introdotto per combattere l’ignoranza dell’elettorato, ma che finisce con l’escludere la maggior parte dei cittadini, e la cultura con l’intrattenimento. Al fuoco vengono opposte nuove forme di distruzione: una nube tossica mediatica fatta di cancel culture, infodemia e infiniti trigger warnings. L’eccesso di informazione diventa un nuovo tipo di controllo. Non è un caso che Steve Bannon, ex stratega di Trump, abbia coniato l'espressione "flood the zone with shit", letteralmente “inondare la zona di merda”, per descrivere la tattica di saturare il dibattito pubblico con un flusso incontrollato di informazioni, vere e false, fino a renderlo incomprensibile. Ne Il fuoco era la cura non solo cambia il cast – Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristiana Tramparulo – ma rispetto agli altri spettacoli di Sotterraneo presentati nella stessa giornata si distingue per un ritmo più cupo, una maggiore attenzione al testo e un minore coinvolgimento diretto del pubblico. Quest’ultimo infatti è un elemento molto marcato nella poetica del collettivo, vedi il cronometro fatto impostare dal pubblico a 53 minuti nell’Angelo della storia o l’obiettivo del DJ Show di coinvolgere fisicamente il pubblico, spingendolo a ballare dentro una drammaturgia. Anche la luce contribuisce a questa differenza: mentre nell’Angelo della storia la scena è quasi sempre illuminata, Il fuoco era la cura si svolge prettamente nel buio teatrale. J.K. Rowling potrebbe essere stata uccisa dalla sinistra perché transfobica, o dalla destra ultracattolica perché tacciata di promuovere la stregoneria. L’importanza ambivalente dei libri, che possono essere sia la Bibbia che il Mein Kampf, passando per autori come Proust o Vannacci. La temperatura di combustione dei libri (451°F), che sia stata scelta da Bradbury solo perché suonava bene? I quiz a crocette sulla Costituzione per concedere il patentino di voto, indirettamente posti anche al pubblico. Gli attori che dichiarano di aver "speso tutto il budget" per la scena seguente e proseguono a descrivere auto sportive che sfrecciano sul palco, riuscendo a rendere l’aspetto cinematografico dell’opera attraverso la potenza del linguaggio teatrale: l’immaginazione. Lo spettacolo si chiude con la parola "SILENCE" in neon rosso, stagliata nel buio. L’idea chiave è proprio il “bisogno di silenzio” in un’epoca saturata da un sovraccarico informativo. Forse, dicono, ogni tanto sentiamo il bisogno di bruciare la biblioteca di Alessandria.

Sotterraneo, Il fuoco era la cura, Centrale Fies 2025, ph. Roberta Segata

Grandi Magazzini Criminali (hanno rubato anche il nome?)

Uscita da Ogni creatura è un popolo, il nuovo spettacolo di Grandi Magazzini Criminali, uno spettatore mi dice che lo stesso spettacolo, presentato a Santarcangelo due settimane prima, era diverso: più lungo e più esplicito su Gaza. Scopro che l’opera è divisa in undici lotti, ciascuno acquistabile singolarmente e combinabile liberamente con gli altri secondo regole non consequenziali, a discrezione dell’ente acquirente. Seppur denso di concetti e riferimenti, potremmo riassumerlo nelle immagini in scena: Gaza distrutta, il Teatro alla Scala bombardato, il volto di Romeo Castellucci. Un cumulo di mattoni come macerie a terra. Sono i mattoni dell’ex fornace di Valle Cascia: secondo le dicerie locali i suoi fumi tossici sarebbero all'origine delle devianze sessuali dei giovani del posto. Il racconto si radica in una storia marchigiana, una storia di amianto, di fornaci, di tossicità del Novecento. Ma l’immagine scenica rimanda inevitabilmente a Gaza. La compagnia sembra chiedersi: ha ancora senso mettere in scena questa storia del passato, mentre quella sta accadendo adesso? Allora Gaza viene messa in scena, un ragazzino scheletrico emerge dal cumulo di macerie, impersonificando le famose immagini dei bambini di Gaza. Ma Gaza si può “interpretare”? O invece ogni tentativo di “metterla in scena” è già inadeguato, persino osceno? Nella versione presentata a Centrale Fies, dove sono stati acquistati solo alcuni lotti, l’interruzione precoce sembra essere la risposta: l'unico gesto eticamente corretto è sospendere l'azione, mostrare il fallimento della rappresentazione. Lo scopo non è "raccontare bene Gaza", ma mostrare la crisi della rappresentazione stessa: qualsiasi gesto, parola o immagine è inadeguata e riduce la tragedia a spettacolo. A fine rappresentazione tutto viene messo in vendita. È la presa in giro finale: l'arte che critica il capitalismo deve comunque vendersi. Sul banchetto del merchandising si trovano cappellini con slogan come "Make Santarcangelo Great Again" oppure "I am not Romeo Castellucci", e il volume Ogni creatura è un popolo (Giorgiomaria Cornelio, Danilo Maglio, Giulia Pigliapoco, Nero, 2025). Prima dell’asta Giorgiomaria Cornelio e Danilo Maglio parlano direttamente al pubblico: si parla dell’amianto, di ideologie, di Gaza, del peso dell’eredità dei padri. L’immagine di Castellucci diventa il simbolo di un’eredità da cui non si può sfuggire completamente, del rapporto ambivalente con chi ci precede: ispirazione, autorità, vincolo, e anche ostacolo da superare o da “distruggere”. Per citare la compagnia “All’origine il difetto” e “This is not a safe space”: il teatro non ci libera dalla tossicità. Israele ci insegna che la vittima può diventare aggressore e l’amianto che la tossicità non scompare. In una sezione del libro si parla di buffoneria e brutalità, del ridicolizzato ma vincente Trump, dell’inadeguatezza delle sinistre che tentano di rimanere univoche, superiori, pure: “il segno (il brand) dell’antifascismo è spaventosamente inefficace” di fronte alle armi comunicative più persuasive della destra. Da un lato, la compagnia critica l’assorbimento del tutto in merce, dall’altro tenta di riappropriarsi di quel meccanismo. Il nome stesso, Grandi Magazzini Criminali, è un furto ai Magazzini Criminali, il gruppo di ricerca teatrale della postavanguardia nato con Federico Tiezzi e Sandro Lombardi negli anni Settanta. Volutamente ambiguo e provocatorio, riprendere oggi quel nome e “rubarlo” è un atto criminale nel senso di “furto di eredità”, ironicamente collocandosi in una genealogia, ammettendo di tradirla. Parlando con i Grandi Magazzini Criminali hai l’impressione che vogliano fregarti, e fregata mi hanno: ho comprato il libro. Ma non è forse questo l'obiettivo di un criminale?

Grandi Magazzini Criminali, Ogni creatura è un popolo, Centrale Fies 2025, ph. Roberta Segata

L'eros afoso di Temporale {a lesbian tragedy}

C’è una parola in inglese, sultry, che in italiano non trova un equivalente preciso. Significa “caldo e umido in modo opprimente, afoso”, ma quel significato originario meteorologico diventa anche un modo di percepire i corpi e lo spazio: una sensualità densa, quasi appiccicosa, intrisa di stanchezza e di attesa. In Temporale, le performer Silvia Calderoni, Ilenia Caleo, Ondina Quadri e Francesca Turrini si muovono a ondate lente, come se il caldo avesse impastato i muscoli. “È accaduto qualcosa, ma non sappiamo cosa”, una tragedia lesbica mai esplicitamente narrata, ma sempre evocata attraverso immagini. È la psicosi dell’amore: un eterno presente senza passato né futuro, dove il desiderio è intrappolato in un loop di attesa e disfacimento. Siamo in una stanza che potrebbe trovarsi ovunque e in nessun luogo: carta da parati gialla, moquette umida, neon intermittenti. È l’estetica delle backrooms, spazi liminali e claustrofobici nati dal web, associati al creepypasta e ai videogiochi glitchati. Una risata meccanica si contrae in un singhiozzo e di nuovo una risata. Goethe aveva ragione: "Lo studio della meteorologia, come molte altre cose, porta solo alla disperazione". Qui, il tempo atmosferico diventa metafora degli stati d’animo: "perturbazioni" come passioni, angosce, desideri. A fine spettacolo viene letto un comunicato stampa, come stanno facendo molti altri artisti in questi giorni, per denunciare la situazione attuale del mondo del teatro, della danza e delle arti performative: i nuovi criteri di finanziamento, la sparizione di parole chiave come contemporaneo, rischio culturale, transdisciplinarietà, innovazione, i declassamenti e le cancellazioni che colpiscono compagnie, festival e lavoratori del settore, le telefonate intimidatorie alle realtà che hanno usato linguaggio inclusivo e l’incoraggiamento all’aumento del costo dei biglietti.

Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, Temporale { a lesbian tragedy }, Centrale Fies 2025, ph. Roberta Segata

Centrale Fies: this is not a castle

La facciata rocciosa della montagna si staglia contro il cielo di fronte a Centrale Fies. Attraversato il ponte, l’ex centrale idroelettrica accoglie con enormi stendardi affissi alle mura: "This is not a theatre". Dal 2020, in risposta alle logiche di velocità e consumismo tipiche delle one shot estive, Centrale Fies ha abbandonato la dicitura festival (l’ultimo Drodesera risale proprio a quell’anno). Al suo posto, una produzione estiva più lunga e diffusa, ma soprattutto una direzione generale verso la ricerca quotidiana e il rispetto dei processi creativi e dei loro tempi. Oggi ogni progetto è coprodotto, sostenuto o curato direttamente dal centro di ricerca. Il pubblico può assistere a prove aperte, produzioni, performance, mostre e partecipare a incontri sulle linee di lavoro e sulle politiche culturali. I progetti spaziano dal teatro all’arte digitale, dalla performance alla performing art, fino alle arti visive e ad altre forme ibride. Quest’anno, dal 17 al 27 luglio 2025, il programma si divide in: LIVE WORKS SUMMIT (18–20 luglio) WITCHES BRAND NEW SELF (23 luglio) RADICAL LOVE (24–27 luglio) UNDOMESTICATED GROUNDS (18 luglio–20 settembre) Radical Love raccoglie e celebra una lunga storia di alleanze, relazioni e attrazioni tra il centro e artisti che, negli anni, hanno costruito con Fies legami profondi. La direzione artistica è affidata a Barbara Boninsegna, affiancata da una board curatoriale composta da Simone Frangi (docente universitario, curatore di arti visive e performance, senior curator della Biennale del Mediterraneo 2021), Claudia D’Alonzo (docente, ricercatrice ed esperta di arti digitali), Filippo Andreatta (fondatore di OHT e curatore teatrale), Mackda Magaga Ghebremariam Tesfaù (ricercatrice e attivista per Il razzismo è una brutta storia), Justin Randolph Thompson (artista e fondatore di Black History Month Florence) e Denis Isaia (curatore del MART). Centrale Fies fonda la propria identità sulla parola cura — degli artisti, dei dipendenti, del pubblico e dell’ambiente. Questo impegno si traduce in un manifesto esplicito, affisso in diversi punti dell’ex centrale: “Questo non è un posto per discriminazioni o molestie di nessun tipo”. A Centrale Fies accade qualcosa di raro: sentirsi davvero sazi come spettatori. Inclusione, ricerca, sperimentazione, qualità del lavoro e accessibilità del prezzo — grazie alla formula pay what you want — convivono senza conflitto.

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