TourFest2026 | Un ecosistema culturale condiviso
Di Lucia Koreia Ciusa
“This is not a theatre” e infatti assomiglia più a un castello o un fortino, ma di certo dall’esterno nessuna indovinerebbe che era (ed è parzialmente tutt’ora, seppur con le sue funzioni limitate) una centrale idroelettrica. Sono le magie del Trentino, dove se qualcuna ha il sogno che quell’enorme architettura industriale incastonata in mezzo a un bosco, di fianco a un corso d’acqua, un tempo interamente dedicata alla produzione di energia idroelettrica e oggi in parte inutilizzata, si converta in qualcos’altro, quel qualcos'altro succede. E succede che venga restituita alla funzione appartenente ai sogni più inconfessabili di ogni operatrice culturale: la produzione, ricerca e sperimentazione artistica. E succede che qualche volta durante l’anno quella specie di castello incantato - che in realtà non è un castello come spesso recitano gli stendardi appesi alla facciata principale - apra le sue porte all’esterno e lasci che le persone curiose possano sbirciare dentro.
Dopo la trilogia Enduring Love (2023), Evolving Love (2024) e Radical Love (2025), Centrale di Fies arriva come per conseguenza naturale e inevitabile alla conclusione Love is Political. “Tutto è politica”, anche l’amore - da qui non si scappa.
Violetta Cottini Fey, Love is Political, Centrale Fies, ph. Alessandro Sala
Non è una minaccia, ma l’acquisizione di consapevolezza dell’importanza implicita nella nostra postura relazionale. Centrale di Fies assume come atto puramente politico e intenzionale l’amore come criterio incorporato in ogni scelta e risultato.
Da sentimento che - al di là delle narrazioni romantiche mainstream - spesso sottende dinamiche di controllo e sopraffazione, l’amore diventa quindi uno strumento di liberazione e scelta, e porta alla nascita di relazioni costruite su presupposti nuovi. Creare parentele (making kin), disegnare geografie relazionali da depositare in una cartografia dell’amore.
Un progetto coerente
La consapevolezza delle conseguenze materiali del nostro modo di relazionarci si manifesta a cascata in tutti gli elementi che costituiscono l’evento. Per esempio si può osservare un enorme sforzo nel renderlo sempre più sostenibile a livello ambientale: la cucina propone un’alimentazione quasi completamente vegetale servita in stoviglie in ceramica e i bicchieri sono di vetro o carta; c’è grande attenzione nel ridurre gli imballaggi e nel differenziarli correttamente. Inoltre la comunicazione ambientale non contiene riferimenti all’edizione in corso in modo da essere utilizzata tutti gli anni.
Il servizio pranzo è servito dalla cucina di Fies e si presenta come un buffet libero, per il servizio cena invece viene coinvolta ogni sera una realtà diversa per offrire una proposta alimentare culturalmente eterogenea.
Nonostante alcuni limiti strutturali che non possono essere modificati, Centrale di Fies si presenta accessibile a livello fisico: all’ingresso c’è un desk per l’accoglienza in cui il personale è preparato e disponibile ad ascoltare e intervenire per qualunque esigenza, inoltre sui social e sul sito sono presenti recapiti specifici per chiedere preventivamente informazioni riguardo all’accessibilità degli spazi.
In termini di accessibilità economica si adotta la formula del pay what you want, (“e non as you can, perché cosa puoi o non puoi è affare tuo”) ovvero si lascia che sia la spettatrice a scegliere in che forma contribuire, da una base explore di cinque euro, fino a quella support di 20 euro. Questa modalità sempre più diffusa tiene in considerazione l’asimmetria in termini di capacità economica che sussiste tra le persone a prescindere dall’età anagrafica e responsabilizza l’individuo, che meglio di chiunque altro conosce la propria condizione, a scegliere come partecipare. È inoltre possibile campeggiare in una zona adibita con bagni e docce situata tra la Centrale e la Foresteria per le artiste, a un prezzo forfettario e calmierato, comprensivo del pernottamento, dei pasti e dell’accesso a tutti gli spettacoli, per favorire un clima comunitario.
Per chi non soggiorna a Fies è incentivato un servizio di car sharing sul gruppo telegram per ridurre i consumi e fornire anche a chi non dispone di un mezzo privato di raggiungere il luogo, collegato con i mezzi pubblici solo in orario diurno. Ciò costituisce un abbattimento delle barriere economiche all’accesso e quindi un incentivo alla partecipazione.
Lo spazio inoltre si presenta come estremamente inclusivo, risultato di un impegno concreto da parte dell’organizzazione di tradurre in pratiche alcuni valori; da questo impegno nascono delle linee guida per la performance art, redatte collettivamente all’interno di Apap, una rete partecipata da undici paesi europei. Come per esempio “non date mai per scontato il genere, l’identità, la sessualità, la salute, le esigenze o il background di chi incontrate” o ancora “chiedete il consenso per quanto riguarda qualsiasi azione di contatto o vicinanza fisica ed emotiva con chiunque, ogni persona ha limiti differenti da rispettare”. L’elenco completo delle pratiche è disponibile online e in forma di manifesto cartaceo che le spettatrici sono invitate a prendere e diffondere negli spazi che attraversano quotidianamente.
Tutti questi elementi e l’atmosfera generale contribuiscono a creare uno spazio safe di non giudizio e accoglienza, dai tappi e i ventagli che vengono distribuiti all’ingresso di ogni performance, al clima generale costruito dalle persone che ci lavorano, con la loro gentilezza e disponibilità.
Barbara Boninsegna, che cura il palinsesto performativo, costruisce un’architettura in equilibrio tra compagnie affermate come Motus, Francesca Pennini/CollettivO CineticO, Chiara Bersani, Industria Indipendente con Anna Maria Ajmone, Dewey Dell e Anagoor e artiste e collettivi emergenti grazie a FONDO - network dedicato alla creatività emergente, di cui Fies fa parte.
Chiara Bersani, Left Behind – lecture, Centrale Fies, ph. Alessandro Sala
Tuttavia come emerge chiaramente dalle parole di Barbara Boninsegna durante la prima conferenza stampa “più che un festival, Centrale Fies costruisce un ecosistema curatoriale condiviso”, frutto di una trasformazione interna alla direzione artistica che si moltiplica e si fa collettiva, quindi oltre alla lineup performativa il palinsesto prevede una ricca offerta di progetti speciali affidati a diverse linee curatoriali. Sofia Baldi Pighi ha curato il filone “Arte come resistenza civile” nel quale ci si interroga sulla circostanza per la quale la guerra colpisca anche il patrimonio culturale, e di come sia politico l’atto di difenderlo, e d’altra parte di come continuare a fare arte costituisca una forma di resistenza necessaria. Quest’anno porta l'installazione video Repeat after Me II presentata a La Biennale di Venezia nel Padiglione Polacco (2024), un progetto di Open Group che ripropone i suoni della guerra attraverso la memoria uditiva dei civili ucraini rifugiati che l’hanno vissuta.
L’ambiente si presenta oscuro come una sala cinematografica, con solo una luce rossa che illumina due postazioni dotate di microfono. Il video alterna, su schermo bianco, la breve descrizione di un’arma accompagnata dal suo suono, al primo piano di una persona rifugiata che prova a imitarlo, invitando poi il pubblico a farlo insieme a lei. Come spiega il collettivo Open Group:
Dopo i testimoni il pubblico può ripetere i suoni delle armi, imparando così la lingua delle loro esperienze, o tornando nello spazio sicuro progettato per assomigliare a un bar karaoke. Eppure questo non è un bar qualunque è un sito di istruzioni karaoke per un futuro militare che minaccia tutti noi.
La seconda linea - “Overhead” - è curata da Liminal insieme con merath (unit 03 – arrears & archives) e Earshot, e prevede tre incontri all’interno di un’installazione audiovisiva attiva per tutto il giorno. Liminal é un laboratorio di ricerca sulle “(im)mobilità intersezionali e la violenza di frontiera” composto da un team interdisciplinare di architette, designer e ricercatrici, con sede all’Università di Bologna.
LIMINAL, Earshot, merath (unit 03 – arrears & archives), Notes on the Overhead, Centrale Fies, ph. Alessandro Sala
I tre incontri indagano tre momenti appartenenti a epoche e geografie diverse, accomunati da un’unica matrice imperialista che si manifesta attraverso il potere aereo, ovvero - con le parole del collettivo - da uno “sguardo dominante che osserva, controlla e colpisce dall’alto”. Si prende in analisi la sorveglianza aerea nel Mediterraneo da parte di Frontex, l’agenzia europea che agisce per contrastare il flusso migratorio; l’occupazione israeliana della Palestina; il controllo da parte delle forze di aviazione italiane durante l’occupazione coloniale della Libia. Le partecipanti si possono adagiare comodamente su grandi cuscini sul pavimento e più che ad una lezione frontale sono chiamate ad assistere e intervenire in un dialogo informale ma puntualissimo che interroga “il significato anticoloniale dello sguardo dal basso”.
È inoltre presente la mostra personale di Monia Ben Hamouda, artista italo-tunisina autrice di una ricerca che intreccia la storia del Medio Oriente con quella dell’Europa Occidentale, attingendo da pratiche contemporanee e tradizionali. La proiezione dello short film QUIXOTE_Dammi i brividi, ma non per la paura del collettivo romano Industria Indipendente formato da Erika Galli e Martina Ruggeri; l’opera indaga il potere trasformativo della scrittura attraverso una drammaturgia visiva e sonora, ispirandosi alla rilettura postmoderna e femminista della figura di Don Chisciotte da parte della scrittrice statunitense Kathy Acker. Sempre Industria Indipendente insieme a Michele Bertolino presenta e apre a Fies la mostra Blue Bluea Limbo – un-archive, un archivio sensoriale che restituisce la ricerca artistica che ha condotto alla creazione del profumo da cui prende il nome.
La conclusione di ogni serata é affidata a Club Altrove, un format di clubbing del collettivo Rifugio Amore: progetto trentino attento alla creazione di ambienti sicuri e alla valorizzazione di soggettività artistiche marginalizzate.
La diversificazione di attività proposte ha sicuramente contribuito ad attirare un pubblico più eterogeneo, anche se, come spesso accade nell’ambito delle arti performative, sono partecipate da una nicchia ristretta. Tuttavia è evidente lo sforzo di abbattere le pareti della bolla per uscirne e soprattutto per fare entrare persone nuove, contaminare gli ambiti e i linguaggi. Già si misurano i risultati positivi sortiti dalla curatela espansa e in particolare dalla linea curata da Liminal che, sfruttando anche la vicinanza con il centro di ricerca e Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale di Trento che ha un bacino di persone potenzialmente molto interessate agli argomenti proposti, ha attirato diverse persone esterne all’ambito performativo, e le ha poi avvicinate consequenzialmente anche alla programmazione performativa.
Love is Political è anche un centro di sperimentazione relazionale, una palestra in cui esercitare un modo diverso di stare insieme, in cui realizzare quell’utopia della concretezza che passa attraverso i corpi e il loro modo di interagire e la direzione artistica la dedica
a tutti i legami che producono trasformazione, alle amicizie, alle alleanze, alle complicità e agli amori che, silenziosamente, continuano a modificare il reale.
Festival osservato: Centrale Fies
Progetto: TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS