TourFest 2025 | Tre giorni di corsa tra teatro, musica e archeologia
Di Riccardo Provasi.
Corsa. Se dovessi sintetizzare in una parola cos’è stato per me Mittelfest 2025 userei questa. Corsa continua, con due. Curiosa corsa continua, con tre. Curiosa, coinvolgente corsa continua, con quattro. E tutte che iniziano con la “C” di Cividale.
Perché Mittelfest, il festival multidisciplinare della cultura centroeuropea, che dal 1991 anima Cividale del Friuli, tra i borghi più belli d’Italia, è corsa multidimensionale. Corre nello spazio, lungo le vie dell’Europa, portando in un piccola cittadina vicino al confine artiste e artisti da tutta Europa. Corre nel tempo, connettendo la musica di Franz Schubert con una giovanissima compagnia teatrale romana degli anni Venti del XXI secolo. E Corre metafisicamente tra le mille forme dell’arte performativa: circo, danza, musica, poesia, teatro di prosa… e persino gastronomia locale.
Tabù è il claim di questa edizione. Prende spunto dalla riflessione dello psicanalista Sigmund Freud nei confronti delle proibizioni contenuta nel suo celebre Totem e tabù (1913). Giacomo Pedini, regista e direttore artistico di Mittelfest ’25, attraverso gli spettacoli proposti al festival, si interroga sul ruolo del proibito nell’essenza umana, sulla soglia da non superare:
I tabù e il loro mistero, chiari e ignoti a chi li vive, incomprensibili ed evidenti a chi non vi è soggetto, sono le leggi non scritte su cui si regge la magia, fascinosa e temibile, del nostro vario mondo, più sfuggente che trasparente. Forse, senza tabù non si dà umanità. A chi vuole il piacere di scoprirlo.
Ho partecipato agli ultimi tre giorni di festival ed è stato denso. Nel mio primo pomeriggio di festival, il 25 luglio, pronto a tutto, uscivo dalla stanza indossando il mio bellissimo ed ecologico tesserino: nel badge infatti sono presenti alcuni semini: "Seppellitelo sotto 3 mm di terra e nascerà una piantina". Una delle idee di legacy (e riutilizzo) più interessanti che abbia visto in quest’estate di festival.
Alle 17:30, dopo un breve tour panoramico di Cividale, raggiungevo la Chiesa di Santa Maria dei Battuti, dove sarebbe iniziato a breve lo spettacolo vincitore di Mittelyoung ’25 nella sezione “teatro”, C19H2802 (o come avere le palle) di Lidi Precari, scritto e diretto da Riccardo Rampazzo e interpretato da Leonardo Cesaroni, Eny Cassia Corvo, Paolo Sangiorgio. Seppur penalizzati dall’acustica della sala, C19H2802 ha conquistato il pubblico. All’ingresso, gli attori erano già in scena: Eny Cassia Corvo, in secondo piano, camicia bianca e pantaloncini neri sotto un grembiule da cameriera, intenta a canticchiare una melodia dolce e ripetitiva, mentre Leonardo Cesaroni e Paolo Sangiorgio erano coperti da mantelle da pioggia gialle. Sono due giovani pescatori, Loris e Gu, che sognano di trovare qualcosa, una sirena, da poter vendere per cambiare vita. Mentre Anna è una cameriera in un bar del porto, spesso al lavoro durante il turno di chiusura. Il centro della ricerca dei Lidi Precari è mostrare la fragilità del maschio, la sua ricerca spasmodica di imporsi tramite una specie di guerra di virilità (“C19H2802” è la formula chimica del testosterone), finendo per rovinarsi.
La dimensione scenica è preponderante all’interno dello spettacolo: i due attori afferrano un microfono a testa, a cui è legata una luce. Il loro muoversi sulla scena è un continuo proiettare ombre di loro stessi sul muro, mentre da una cassa, posta al centro della scena, sentiamo i loro sospiri e i loro discorsi, i loro pensieri a volte, nonché i tonfi quando sbattono il microfono contro il loro corpo. Non importa se quei tonfi siano le onde del mare che si infrangono o il battito profondo dei loro cuori: tutto, in quest’ora di pura emozione, serve a mostrare il danno e la violenza della mascolinità tossica. Fa da contraltare alla loro aggressività la spensieratezza di Anna, che non è lo stereotipo della donna angelo stilnovista o della femme fatale romanzesca. È semplicemente una ragazza matura, risolta, priva delle complessità tipiche dello stereotipo maschile. E per questo incute timore e allo stesso tempo affascina i due ragazzi. Un applauso spontaneo e fragoroso conclude lo spettacolo.
Senza il tempo per riflettere su quanto visto, alle 18:30 iniziava il concerto Paure (o scherzi), per la prima volta a Mittelfest con la CEMAN Orchestra, un progetto che prevede un ensemble composto da musicisti provenienti da tutta la cosiddetta Mitteleuropa, a voler dare un segnale di unione nel nome dell’arte e della musica. Entrando nell’imponente Chiesa di San Francesco, prendevo posto nelle sedute rosse, mentre sul palco montato davanti all’abside erano ordinate a semicerchio le sedie dell’orchestra e un pianoforte a coda. Il programma della serata intendeva essere un omaggio alle scelte non convenzionali, a tutte le volte in cui gli artisti presentati hanno sfidato i tabù, le imposizioni della società e non hanno avuto paura. Di Wolfgang Amadeus Mozart, prima di eseguire il Divertimento per archi in re maggiore, KV 136, ci è stata ricordata la sua scelta di non voler avere il “posto fisso”, ma di voler viaggiare in tutta Europa. Dopo il genio viennese, l’orchestra ha eseguito l’Andante festivo di Jean Sibelius, uno dei più noti compositori finlandesi, che compose questo brano per poter essere la prima composizione trasmessa in radio, il tutto durante l’EXPO di New York del 1939. Infine il programma prevedeva la Simple Symphony op. 4 di Benjiamin Britten, compositore inglese del secolo scorso che viveva serenamente la sua omosessualità, nonostante le leggi omofobe ancora vigenti nel Regno Unito. Un programma particolarmente ricco supportato da un’ottima esecuzione, capace di rapire completamente il pubblico e di meritarsi il sonoro applauso con cui io e gli altri spettatori abbiamo salutato i musicisti.
E via di corsa, passando per una cena al volo e arrivando alle 21:30 al Teatro Ristori per Illusioni (testo di Ivan Vyrypaev, traduzione di Teodoro Bonci del Bene) diretto da Vinicio Marchioni. In scena Ivna Bruck, Serena Ferraiolo, Andrea Tich e Mirko Soldano, che ha preso il posto di Lino Guanciale, impossibilitato all’ultimo momento per motivi di salute. Ivan Vyrypaev è un gigante della drammaturgia contemporanea, russa e internazionale, un artista che ha saputo recuperare gli stilemi del teatro dell’assurdo per investigare e sottolineare le problematiche della società del XXI secolo. Illusioni è un testo sorprendente, ironico e amaro, che intende raccontare, tramite quattro monologhi, l’assurda vicenda di due coppie anziane e di come il loro amore sia stato, in parte, un’illusione, a causa del non–detto, della mancanza di comunicazione. Nella messinscena di Marchioni, il palco è infarcito di oggetti: una lumaca di dimensioni colossali, un divano arancione e una porta viola con intorno allo spioncino una cornice dorata dichiaratamente recuperati dalla sitcom americana anni Novanta Friends, un tavolino da salotto e una lampada di design, sulla sinistra una roccia composta da più sezioni e ai due lati del palco due microfoni sorretti dalle aste.
Quello che accadeva in scena risultava talvolta eccessivo e, in certi momenti, poco funzionale a valorizzare il testo. Come spiegato dallo stesso regista il giorno seguente, durante l’incontro con la compagnia moderato dal giornalista Roberto Canziani al Kaffee, una delle scelte principali è stata quella di impostare lo spettacolo come una serata di stand-up comedy. I quattro attori si alternavano al microfono per raccontare la propria parte di storia, mentre gli altri rimanevano in secondo piano, seduti sul divano o in movimento nello spazio scenico. Capitava, per esempio, che un attore spezzasse il proprio intervento per spostarsi a un altro microfono, interrompendo la linearità dello spettacolo senza che questo cambio avesse un senso narrativo chiaro. Oppure, mentre uno raccontava, gli altri manipolavano oggetti in scena spostandoli, dividendoli o ribaltandoli, generando così un eccesso di stimoli visivi che finivano per distrarre dal racconto, già di per sé non lineare.
Vyrypaev / Marchioni, Illusioni, Mittelfest 2025, ph. Luca D'Agostino
Dopo una prima giornata densa di emozioni, la mattina dopo ho avuto qualche ora libera: il momento perfetto per togliersi la tuta da uomodiTrovaFestival e indossare la mia storica divisa da nerdellartemedievale. Cividale del Friuli è stata la sede del primo ducato Longobardo e possiede una serie di reperti archeologici altomedievali sorprendente, oltre a essere parte dei beni UNESCO “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568–774 d. C.)”. L’Altare del Duca Rachis e la Fonte battesimale del patriarca Callisto sono due dei più noti esempi di scultura longobarda e dotati di un’aura quasi mistica.
Alle 17:00 all’Orto delle Orsoline è iniziato On a Lonley Island (MANN || CO) con Lisa Feij, Vera Goetzee e Susan Hoogbergen, un delizioso momento di spensieratezza dedicato ai più piccoli. Era già magica l’area dello spettacolo: nel verdissimo parco quasi a ridosso del Natisone era stato montato un tendone bianco, aperto sui lati, sotto cui erano disposti il palcoscenico e le sedute. Doveva essere una soluzione pratica in caso di pioggia, ma sono sicuro che se fossi stato piccolo avrebbe indubbiamente creato in me una sensazione di elettrica curiosità. In scena, le tre performer olandesi, ginnaste agilissime e coloratissime, mettevano in scena la nascita di un’amicizia tra due giovani abitanti di un’isola sperduta e una terza, che all’inizio sembra timida e meno interessata a voler stringere amicizia con loro. I bimbi e le bimbe (e un po’ anche i loro genitori) ridevano delle movenze buffe delle tre danzatrici, sempre impeccabili, incantati di fronte a uno spettacolo dolce e ben fatto.
A Mittelfest a tutte le ore c’è sempre qualcosa da vedere. Alle 18:00 in punto ho già le cuffie per partecipare alla performance itinerante Peripatetiche dell’ascolto. Itinerari di ascolto attivo e d’intervento sonoro collettivo, integralmente ideata e condotta da Fabrizio Saiu. La performance modifica la capacità di percezione uditiva, con l’obiettivo di insegnare allo stesso tempo come accentuare le sensazioni con semplici esercizi come tapparsi le orecchie per qualche secondo o utilizzare le mani per convogliare l’udito in una determinata direzione piuttosto che un’altra. A occhi chiusi, Fabrizio Salu ha chiesto ai partecipanti di seguirlo per una strada “ascoltando” il terreno tramite i passi. L’ultima parte dell’esperienza consisteva nell’indossare le cuffie e farsi guidare tra le vie di Cividale, mentre l’artista decideva se trasmettere i suoni del mondo esterno o alcune composizioni musicali, generando una compenetrazione di realtà differenti più che straniante.
Non avevo ancora fatto in tempo a ritornare nel mondo reale che ero nuovamente di corsa, questa volta diretto al Teatro Ristori, per assistere a Sconfinamenti. Dialogo tra musica e danza, Rodrigo d’Erasmo e Nicola Galli. La scena è spoglia: sul palco si scorge solamente la strumentazione del musicista degli Afterhours, composta da un amplificatore Fender impreziosito da una pedaliera analogica ricca di effetti tipici dell’universo sonoro rock come delay, distorsore, looper e altri. Il cuore dell’esibizione è l’improvvisazione, la capacità da parte di due artisti eccellenti di combinare i propri linguaggi per creare una partitura, sonora e coreografica, che sia nuova a ogni replica. Anche la luce disegna una partitura a sé stante: nel buio assoluto dell’inizio, un occhio di bue illumina l’ingresso del violinista e le prime evoluzioni del danzatore, per poi aprirsi e colorarsi durante l’esibizione, seguendo sempre l’intensità scaturita dall’azione scenica dei due artisti. Non è facile commentare un’esibizione così rarefatta, in cui il pubblico è assolutamente privo di strumenti per cogliere e prevedere l’andamento delle sue azioni. Non si può far altro che lasciarsi abbandonare nel flusso artistico e farsi avvolgere completamente. Così è stato, per me e per molti altri nella sala, e piacevolmente storditi e intorpiditi dal mistero di Sconfinamenti, lasciavamo il teatro.
Rodrigo D'Erasmo / Nicola Galli, Sconfinamenti, Mittelfest 2025, ph. Luca D'Agostino
Poteva essere già finita la mia giornata? Assolutamente no. Sempre più di corsa e sempre più stanco afferravo al volo una tartina al San Daniele (non siamo nel mondo di Cocco Bill disegnato da Jacovitti, dove salami e altri oggetti camminano tranquillamente per la città, ma non dirò come mi sono procurato quel prosciutto) e correvo in direzione Chiesa di San Francesco per assistere al primo concerto in Italia degli Erlkings. Capitanati dall’americano Bryan Benner, voce e chitarra del gruppo, gli Erlkings (il cui nome deriva dall’“Erlkönig”, il “re degli elfi” di una celebre ballata di Goethe, inglesizzato e messo al plurale) sono un quartetto di Vienna che nei propri spettacoli propone i Lieder della tradizione musicale austriaco–tedesca, riarrangiati in chiave moderna e tradotti in inglese: divertono il pubblico con ironia, nelle composizioni quanto negli intermezzi. Quindi doppio, triplo applauso: ricerca musicale, perizia tecnica e simpatia.
Uno dei momenti più stimolanti dell’intero festival.
Il programma della serata, dal titolo Franz&Robert, si componeva di una prima parte dedicata ai Lieder di Franz Schubert, come Der Musensohn, Erlkönig o An Silvia; nella seconda parte gli Erlkings hanno proposto integralmente la raccolta di Lieder di Robert Schumann Dichterliebe. Cosa è successo tra questi due momenti? Ma è molto semplice: abbiamo fatto Schoga. Cos’è lo Schoga? Bryan Benne ha spiegato che loro amano allo stesso modo Schubert e lo yoga e quello non è altro che la sua unione. Perciò al “Franz” si respira e a “Schubert” si espira, e ci si rilassa così, ancheggiando come pesci nell’acqua quando viene gridato "Die Forelle" (la trota) o simulando una camminata in montagna quando si doveva eseguire il passo "Das Wandern".
Ero sicuramente felice mentre uscivo dalla chiesa di San Francesco, come tutti quelli che avevano trascorso quell’ora e mezza in compagnia degli Erlkings. C’era una leggera pioggia, che rende sempre tutto più misterioso e magico, e perdendomi nelle viuzze del centro ritornavo verso il letto.
Il giorno seguente, come prima cosa non potevo non recarmi all’apertura del Tempietto Longobardo presso il Monastero di Santa Maria Maggiore e visitarlo. Assorbita la mia dose giornaliera di Longobardi, potevo iniziare il mio ultimo giorno di Mittelfest ’25. Alle 11 ero di nuovo al cospetto degli Erlkings, questa volta sovrani dell’Orto delle Orsoline e intenti a proporre Schubadour, in sostanza una versione dello spettacolo della sera precedente per un pubblico di famiglie. Bryan Benner e i suoi colleghi hanno ripreso diverso materiale eseguito la sera precedente, ma permettendo in diversi momenti ai bambini di interagire con loro, come chiamandone tre a suonare insieme al batterista o chiedendo a uno di divenire il loro direttore per un’esecuzione, agitando la bacchetta per definire l’intensità con cui suonare. I bambini erano più che divertiti, e senza dubbio noi con loro.
Era una bellissima giornata di sole, con l’aria fresca che spostava i capelli dolcemente i capelli e accarezzava il viso, mentre la luce calda vivacizzava l’azzurro del Natisone. E cosa fai quando una giornata è così bella? Semplice: paghi per infilarti sottoterra in una presumibile tomba del II secolo a. C., un “Ipogeo celtico”, e riutilizzata nei secoli come tempio pagano, cristiano, ebraico, come prigione e oggi punto di interesse anche per militanti buddhisti. Chiaro no? (nerd dell’art… abbiamo capito). In realtà, la visita all’Ipogeo è assolutamente consigliata: oltre a farti sentire un piccolo Indiana Jones, è inarrivabile il fascino proprio di quei luoghi, da secoli vissuti dagli esseri umani come mistici e carichi di un valore simbolico, vere e proprie eterotopie, come le definirebbe Foucault.
Lasciato il mio caschetto da speleologo e pranzato con calma sempre afferrando al volo qualcosa (questa volta era un salame di Jacovitti), alle 16:00 ero nuovamente seduto tra le sedie rosse della Chiesa di San Francesco, ad assistere al concerto Sturm und Drang, programma musicale incentrato sulla volontà di restituire l’energia della musica romantica ottocentesca tramite l’ascolto di due capolavori: il Quartetto per pianoforte e archi n.3 in si minore, op. 3 (allegro molto) di Felix Mendelssohn Bartholdy e il Quartetto per pianoforte e archi n.3 in do minore, op. 60. A presentare i vari momenti del programma, seduto su un trespolo a destra della scena illuminato solo durante i suoi interventi, il musicologo Guido Barbieri introduceva il pubblico al rapporto tra i due compositori con la figura più importante della letteratura tedesca, Goethe. Se Mendelssohn frequentava artisticamente il genio di Weimar già in giovane età, Brahms (come il mondo intero) ne ha seguito le orme, mantenendo forte il suo spirito trasgressivo e fuori dagli schemi, anche dell’armonia classica, caratteristica che, suggerisce Barbieri, avrebbe potuto essere pesantemente criticata da Goethe. Ancora una volta, grazie anche ai suggerimenti preziosi e mai eccessivi di Barbieri, si coglieva il superamento dei limiti, dei tabù, questa volta intesi come regole stilistiche. E' così stato possibile godere della bellezza e della magnificenza di quei brani, senza nulla togliere alla freschezza energica della produzione giovanile di Mendelssohn. La forza e l’energia dell’esecuzione da parte del quartetto (Mikhail Mordvinov al pianoforte,
Solenne Païdassi al violino,
Ásdís Valdimarsdóttir alla viola e Federico Pellaschiar al violoncello) hanno espresso in pieno la grinta tipica di una delle stagioni più importanti della musica sinfonica occidentale e anche tra il pubblico il gradimento era senza dubbio unanime.
E via, sempre di corsa verso la Chiesa di Santa Maria dei Battuti, dove alle 17:30 andava in scena Solitario, spettacolo del Collettivo HUM e vincitore di Mittelyoung nella categoria “Danza”. In scena, tre performer (Anya Pozza, Kyda Pozza e Aurora Sabilò), danzatrici dalla qualità tecnica impeccabile. Mentre prendevamo ancora posto, in scena c’era già del movimento: un tavolo, quattro sedie e una delle performer intenta a muoversi nello spazio scenico, riponendole, spostandole, scambiandole… le carte da gioco diventano lo “strumento” che guida l’azione, una partita fisica di corpi che si muovono sul palco ognuno con le proprie carte salde nella mano. A volte sono sedute al tavolo da gioco, a volte due sono sedute e una sembra seduta, ma la sedia è accasciata su un lato. Una partita assurda, in cui le tre danzatrici dimostrano un’eccellente preparazione atletica e una coscienza dello spazio non convenzionale e in cui cresce l’angoscia divertita di non capire realmente cosa stia avvenendo in scena e, soprattutto, chi stia vincendo quella partita.
Alle 19:00 ero già a prendere posto al Teatro Ristori per la prima assoluta di Argo, spettacolo ispirato dal romanzo Storia di Argo di Mariagrazia Ciani e diretto da Serena Sinigallia con la drammaturgia di Letizia Russo. Le tre donne di una famiglia sono le uniche protagoniste: la nonna (Ariella Reggio), vittima dell’esodo istriano e malata di Alzheimer, la madre (Maria Ariis), che sa della malattia della madre, ma non vuole informarla, e la nipote (Lucia Limonta), che ha da sempre difficoltà a comunicare con la madre e sogna di partire e provare a vivere all’estero. È l’ultimo viaggio che potrebbero fare insieme: la madre insiste per tornare a Pola tutti insieme perché vuole sapere la vera data di nascita della nonna, la quale per il trauma si è sempre rifiutata di aprirsi riguardo ai suoi primi anni di vita.
Nella regia essenziale di Serena Senigallia, la scena di Andrea Belli è una semplice parete bianca con una fila di sedie lungo tutto il palco: sono la sala d’attesa dell’ospedale quando viene comunicata la diagnosi della malattia, sono i sedili della macchina quando sono in viaggio, sono le sedie di casa. Ma lo spazio reale non è importante, conta lo spazio interiore dei personaggi, dove si trovano emotivamente mentre vivono i loro flashback o reagiscono a ciò che succede intorno a loro. Le tre attrici hanno saputo trasmettere le loro sensazioni e la carica emozionale del testo: non erano in pochi a piangere (e ovviamente anche io) quando il sipario si stava riaprendo per poter donare loro un applauso più che dovuto.
Ariella Reggio / Serena Sinigaglia, Argo, Mittelfest 2025, ph. Luca D'Agostino
La pioggia ora batteva con foga, e appena uscito dal teatro cercavo la navetta che mi avrebbe portato al Teatro Verdi di Gorizia dove il concerto di Malika Ayane con l’Orchestra Le Corelli diretta da Daniele Parziani e accompagnata al pianoforte da Carlo Gaudiello, chiudeva l’edizione 2025 di Mittelfest. Il trasferimento di location, obbligato dalla pioggia incessante che ancora una volta rendeva impossibile adoperare l’area del festival montata all’aperto in piazza Duomo a Cividale, non sembrava aver influito negativamente sulla presenza del pubblico, decisamente felice di ascoltare una delle migliori voci italiane. La cantante milanese ha eseguito alcuni dei suoi brani più famosi, come Senza fare sul serio, Come foglie e Adesso e qui (Nostalgico Presente), arricchite da un arrangiamento inedito per orchestra e pianoforte, insieme a rivisitazioni di alcune cover come la divertentissima Cosa hai messo nel caffè?, originariamente cantata da Riccardo Del Turco. Malika Ayane ha conquistato il pubblico con la tecnica di canto, la voce inconfondibile e la capacità di tenere il palco, raccontando aneddoti sulla sua carriera e sui suoi brani e divertendoci con continue battute.
Il concerto sembrava appena iniziato quando l’orchestra si è alzata e si è inchinata insieme alla cantante, salutando un pubblico più che entusiasta, che poi si avvicinava all’uscita del teatro. Salivo così sulla navetta per tornare a Cividale, mentre si chiudeva così Mittelfest ’25, sotto una pioggia battente che rendeva tutto più malinconico, ma al contempo suggeriva a tutti di tornare a casa di corsa, senza farsi prendere subito dalla nostalgia.
E quindi, di corsa, come sempre ho fatto là a Cividale del Friuli (non avevo neanche l’ombrello quella sera), mi muovevo tra le viuzze medievali del paese, cercando riparo sotto tetti, balconi e porticati, cercando di non dar retta a quella sensazione che si muove alla bocca dello stomaco e che fa prudere il naso, perché sta finendo qualcosa di bello e si deve tornare a casa.
MOOD DEL FESTIVAL: Surf Bat di 45 Grave
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