TourFest2026 | Un festival per guardare la paura negli occhi


Di Maria Cristina Di Fonzo

Dal 16 al 26 luglio 2026 Cividale del Friuli si è trasformata ancora una volta in un grande palcoscenico diffuso grazie a Mittelfest, il festival multidisciplinare e internazionale che da trentacinque edizioni porta nel paese spettacoli provenienti dalla Mitteleuropa. Sotto l’ultimo anno di direzione artistica di Giacomo Pedini che passa il testimone ad Agata Tomšič, il tema scelto è la paura. "Se stai fermo al tuo posto, la paura si spaventa. Ma se scappi ti vien dietro come il vento di notte", scriveva Cesare Pavese in Feria d’agosto nel 1946. Mittelfest ha invitato il pubblico a fare proprio questo: restare sedute e lasciarsi attraversare dalla paura. La paura del vuoto, del diverso, di sé e dell’altro, dell’ignoto, del buio, dell’amore, del passato e del futuro. Ogni spettacolo ha esplorato una diversa sfaccettatura di questo sentimento universale utilizzando le arti dello spettacolo come mezzo e spazio di riflessione collettiva sulla fragilità dell’essere umano.

3Clowns con Laurent Barboux, Lionel Becimol, Alexandre Demay

3Clowns di Laurent Barboux, Lionel Becimol, Alexandre Demay è uno spettacolo che unisce circo, teatro e comicità incarnando le caratteristiche dell’arte clownesca. La storia dei tre clown ci fa sicuramente ridere ma lo scherzo è sempre accompagnato da una riflessione più profonda, dall’accettazione di sé al tema dell’ansia da prestazione fino al tema dello sfruttamento dei lavoratori. Mister Lo, Marcel e Airbus ci raccontano attraverso gag classiche, acrobazie, musica dal vivo e improvvisazione le difficoltà della vita da clown: essere sempre presi in giro dalle persone, non riuscire a trovare lavoro, essere pagati miseramente. Il tutto è condito da un divertentissimo plurilinguismo: gli interpreti sono francesi ma hanno imparato lo spettacolo in italiano per il pubblico di Cividale. Una pronuncia un po’ troppo francese, parole inventate, a metà tra spagnolo e italiano, rendono ancora più comica la situazione.

Les Bleus de travail, 3Clowns, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino

Lo strano caso del dottor Jeckyll e del signor Hyde di Fabio Condemi con Christian La Rosa

Potrebbe sembrare una semplice rilettura del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma si trasforma in un inquietante viaggio negli abissi dell’identità umana e della dipendenza da sostanze stupefacenti. Come nel romanzo, anche lo spettacolo è narrato dell'avvocato Utterson che apre la rappresentazione con la spiegazione del caso. Il racconto procede ma il fulcro della storia si perde e la situazione degenera tra paranoie e allucinazioni. Christian La Rosa (Utterson), grazie alla sua espressività, dà corpo all’ossessività di un uomo combattuto tra impulsi nascosti e convenzioni sociali che non riesce a soddisfare. La narrazione è accompagnata da immagini proiettate in tempo reale sul fondale, ottenute attraverso uno scanner utilizzato dal protagonista: dai documenti dell’avvocato alle mappe della Londra vittoriana, fino a mani e volti deformati che richiamano l’estetica delle copertine di Aphex Twin contribuiscono alla creazione di un universo sempre più inquietante. Il rumore della macchina diventa un elemento sonoro disturbante, quasi ipnotico. La scena asettica, quasi spoglia, trasmette una sensazione di distopia: un tavolo, una sedia, un’uscita di sicurezza, un cubo di vetro trasparente, uno scanner, una bottiglia di gin. L’unico elemento realmente “vivo” è uno schermo dove prende forma il doppio dell’avvocato, evocando un’altra immagine cult del cinema francese, la famosissima scena di Vincent Cassell allo specchio nel film La Haine. Il confine tra immaginazione e realtà si fa ancora più labile con l’ingresso in scena del maggiordomo Poole, che in realtà non compare mai. Di lui si sentono soltanto i passi, capaci di evocare una presenza costante e minacciosa, come se da un momento all’altro una figura misteriosa dovesse emergere dal buio. La svolta arriva nel finale, quando tutto ciò a cui abbiamo assistito viene improvvisamente rimesso in discussione. Quella che sembrava un’indagine complessa sul caso Jekyll e Hyde potrebbe essere stato soltanto il delirio provocato dalla crisi di astinenza del protagonista. Un personaggio chiamato a incarnare la morale della rigida Londra vittoriana si rivela una figura profondamente fragile, divorata dalla dipendenza da sostanze stupefacenti.

Fabio Condemi, Christian La Rosa, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino

Bébi il primo amore di Giacomo Pedini con Andrea Bosca

Tratto dall’omonimo romanzo ungherese di Sándor Márai, il monologo diretto da Giacomo Pedini e interpretato da Andrea Bosca racconta la storia di un professore sui generis, un uomo solo e abitudinario, che usa la manipolazione e la forza per controllare i suoi studenti. Siamo nel 1912, in Ungheria, e la storia inizia durante la vacanza estiva del professore in una stazione termale. Il racconto quasi ossessivo della quotidianità viene interrotto dall’incontro con Ágoston Timár, un signore che villeggia nella stessa località. I due, forse perché entrambi soli e introspettivi, finiscono per confidarsi a vicenda e l’uomo espone al professore riflessioni sulla vita, sulla solitudine e sulla tendenza di alcuni esseri umani a isolarsi dalla socialità. Una volta rientrato dalla vacanza, il professore torna a scuola e scopre che quest’anno la sua classe sarà mista. Un cambiamento che incrina uno dei tanti equilibri nella sua vita e dà il via a un crescendo di tensioni sottili e desideri proibiti. Se per lui avere a che fare con giovani adulti (di sesso maschile) è complesso, anche solo rivolgere la parola a ragazze adolescenti lo mette a disagio. La storia trascina sul fondo della crudeltà umana in cui il pubblico fa da testimone della confessione di un carnefice. È impossibile ascoltarla e restare impassibili davanti a dinamiche di manipolazione e abuso. Ma se è difficile assistere a questa confessione, quanto lo è stato interpretare un personaggio simile? Lo racconta Andrea Bosca durante uno degli incontri del Kaffe (momenti di conversazione con agli artisti e gli artisti organizzati dal festival), sottolineando la complessità nel prendere le distanze da un uomo così oscuro: ”Quando studi un manipolatore, devi fare attenzione a non diventarlo. Ma imparare cosa significa esserne uno, ti aiuta a riconoscere chi vuole ingannarti.”

Giacomo Pedini, Andrea Bosca, Bébi Il primo amore, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino

Mozzafiato! con Sophie Zoletnik e Lennart Paar

Sophie Zoletnik e Lennart Paar ci hanno fatto mancare il fiato, letteralmente. Dentro una cupola geodetica, i due circensi si arrampicano, si sospendono e sfidano le leggi gravitazionali facendo rimanere il pubblico con il fiato sospeso. Per tutta la durata dello spettacolo si ha la sensazione che possano cadere da un momento all’altro. Ai wow e agli applausi si alternano suoni vocalici e respiri mozzati, che restituiscono la paura e la tensione tra le persone nel pubblico. È proprio il respiro a diventare la forza motrice dello spettacolo. Durante tutta la sua durata, i due indossano dei microfoni ad archetto che amplificano e fanno riecheggiare ogni ispirazione ed espirazione. Respirare diventa un esercizio di fiducia tra i due performer e il pubblico: loro espirano verso una parte delle spettatrici che devono a loro volta ispirare e restituire il respiro, così da fornire simbolicamente agli acrobati la “forza” necessaria a innescare l’acrobazia. Per i numeri finali hanno invitato alcuni spettatori a entrare nella cupola, allungarsi e vedere lo spettacolo da una prospettiva diversa. Io ero tra loro: dal basso la profondità si annullava e sembrava di vedere due persone strisciare su un pavimento sospeso. È stato emozionante trovarsi insieme ad altre persone, allungata e ammirare lo spettacolo con la pioggerellina che ci bagnava il viso.

Sophie Zoletnik e Lennart Paar, Mozzafiato!, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino

Tuba di Expectativa Zero
Tuba è uno spettacolo di clown e illusionismo che mette al primo posto il fallimento e lo utilizza come impulso per giocare con la creatività. Due clown (Martin Orchessi e Maria José Ferronato della compagnia Expectativa Zero) si preparano al loro concerto ma durante la preparazione accadono una serie di imprevisti dai quali nascono situazioni a volte imbarazzanti, altre stravaganti. Tra scarpe perse e pantaloni che cadono, Martin mostra al pubblico il suo rituale pre-concerto: prima di tutto bere acqua, poi sistemare il leggio, prendere lo spartito e, infine, montare lo strumento, una tuba. Quest’ultima, vera protagonista dello spettacolo, entra in scena dentro la sua custodia, che si trasforma in un contenitore magico da cui può uscire di tutto, palline, fazzoletti e persino un trombino, la versione in miniatura della tromba. La suspense costruita durante tutta la preparazione viene infine ribaltata quando si scopre che il grande concerto per cui i due si stanno preparando è composto, in realtà, da una sola nota.

Chuck My Life con Araman Kupelyan
All’apparenza uno spettacolo di clown come tutti gli altri: naso rosso, palloncini e facce buffe. Si rivela però una performance pungente sull’atteggiamento ostile che le persone hanno nei confronti del “diverso”. Chuck (Araman Kupelyan) mangia limoni interi a bocca aperta, beve acqua voracemente, urla tanto e di notte fa sexcam con i suoi palloncini. È un personaggio volutamente scomodo. Vincitore del Mittelyoung 2026 (lo spin off di Mittelfest dedicato agli artisti e artiste Under30), Chuck My Life è uno spettacolo da guardare mettendo da parte, per quanto possibile, ogni giudizio. Il personaggio con il suo aspetto e i suoi atteggiamenti costringe inevitabilmente lo spettatore a confrontarsi con i propri pregiudizi. Il primo impatto è spiazzante. Da spettatrice mi sono sentita un’estranea che osserva un clown emarginato, solo e profondamente fuori posto. Il suo lavoro è vendere palloncini, quindi, buona parte dello spettacolo si costruisce sulla vendita agli spettatori: “Verde, super elastico e resistente. Cinquanta centesimi”. Seppur per pochi centesimi, all’inizio nessuno voleva comprarlo. La scusa potrebbe essere non avere la moneta in tasca, ma credo che nella sala tutti proveassero una leggera repulsione nei confronti del personaggio. È proprio questa la forza dello spettacolo. Il disagio iniziale si evolve e si trasforma in empatia, Chuck smette di essere “l’altro” e si trasforma in uno specchio. Tutte e tutti siamo state come lui almeno una volta nella nostra vita.

Adam’s Apple con Aline Gia Perino, Nina Evelyn Pfüller, Rosine Ponti

Aline Gia Perino, Nina Evelyn Pfüller, Rosine Ponti, Adam’s Apple, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino

Vincitrici del premio della giuria del Mittelyoung 2026, Aline Gia Perino, Nina Evelyn Pfüller, Rosine Ponti portano in scena una performance ipnotica e politica. Se Eva ha mangiato la mela ma è ad Adamo che è rimasta in gola, perché dare a lei tutta la colpa? Un’Eva/serpente si esibisce in lip-sync con l’Ave Maria di Schubert e induce in tentazione mentre due persone si contendono il frutto proibito tra acrobazie e danza. Adam’s Apple è uno spettacolo che denuncia gli stereotipi e le responsabilità attribuite alle donne dalla società patriarcale.

Chi perdona? di Jeton Neziraj
Il metateatro di Jeton Neziraj unisce musica, canto, testimonianze, verità e giustizia per affrontare un tema che viene spesso trascurato, il perdono del carnefice, il perdono dei violenti, di chi ha ucciso. Alternando momenti ironici e strazianti, lo spettacolo racconta la storia di due paesi che, seppur lontani, hanno in comune la creazione di istituzioni e movimenti a favore della riconciliazione, Sudafrica, 1990 e Kosovo, 1995. Storie di decenni fa, riecheggiano oggi come mai e ci esortano a conservare nella memoria quanto è successo.

Jeton Neziraj, Chi perdona?, Mittelfest, ph. Luca D'Agostino 

Dagadana in concerto
Il mio Mittelfest si è concluso con un fortissimo concerto di Dagadana, la band fondata dalle cantanti Dana Vynnytska e Daga Gregorowicz, accompagnate da Mikolaj Pospieszalski e Bartosz Mikolaj Nazaruk, il gruppo polacco-ucraino ci trasporta in un viaggio musicale dove elettronica, jazz e reggae si uniscono ai canti popolari della tradizione dell’Europa orientale. Nonostante la distanza linguistica e l’incapacità di comprendere le parole dei testi, i temi che trattano con la loro musica sono universali: la magia delle piccole cose, l’immaginazione, la pace, il rispetto altrui, la gentilezza. Sono state coinvolgenti, energiche e, a volte, commoventi. Se il Mittelfest voleva farmi paura, ci è riuscito molto bene e ne sono felicissima. Questa volta la paura mi ha presa, mi ha fatta sedere e mi ha guardata negli occhi per tutto il tempo. Ho seguito il consiglio di Cesare Pavese e per una volta non sono scappata, l’ho fissata anche io e lei si è pietrificata.

Festival osservato: Mittelfest

Progetto: TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS