TourFest2026 | Narrazioni artistiche dalla Terra: persone, genere e vita non umana


Di Riccardo Mera

La quinta edizione del festival BTTF (Back to the Future), progetto di Ecate Cultura, presenta spettacoli e performance che riflettono sulla varietà di essere umani e natura (Botanica Queer), o raccontano vicende sociopolitiche dalle radici più o meno biografiche provenienti dall’Italia (Ahmen), dall’Europa (Borderline Visible) e dal mondo (Letters from Chiran). Obietivo del festival? Aprire il nostro sguardo per trasformarci in cittadini del mondo. Da qui lo slogan “Welcome People of Earth”, aperto a tutti gli esseri viventi di questo pianeta: donne, uomini, persone non binarie, italiani e non, persino piante, chiunque abbia una storia da raccontare e l’abbia resa un’opera d’arte viva, immersiva e soprattutto partecipativa. Il festival, nel quartiere Adriano a Milano, coinvolge da anni una Direzione Artistica Partecipata, per queste edizione sotto i 35 anni, affiancata da un’ulteriore DAP intergenerazionale di “Keepers”, custodi della cultura.

La Direzione Artistica Partecipata si è occupata della progettazione del festival, selezionando gli spettacoli, organizzando le giornate e gestendo la comunicazione sui social. In un Occidente nel quale dilaga sempre più il fascino per la cultura nipponica, un paese che è stato in grado di ripulire la propria immagine nel secondo dopoguerra con la cultura kawaii e che si propone oggi come meta privilegiata del turismo occidentale in Asia, ma che, anche in virtù di questo successo, evita sistematicamente di fare i conti con il proprio passato e in cui il nazionalismo dilagante cerca di ignorare o negare i crimini commessi nel contesto della seconda guerra mondiale, Letters from Chiran si dimostra un'operazione necessaria. Il regista Francesco Procopio, allievo di Matteo Destro a San Miniato, porta in scena una performance di Tomoya Kawamura che alterna resoconti oggettivi della Seconda guerra mondiale e interpretazioni in maschera di personaggi “secondari” della piccola città di Chiran. L’esperienza di un ragazzino arruolato ancora minorenne per prestare servizio nei kamikaze e l’atmosfera confortevole dello shokudo di una vecchia signora offrono uno sguardo alternativo, dal basso, sulla storia giapponese. Senza nessun commento musicale extradiegetico, nessun gioco di luci, e con il solo utilizzo di qualche oggetto di scena e di maschere di Richard Dent, lTomoya Kawamura riesce a portare in vita una storia suggestiva, che solleva la questione dell’atteggiamento da adottare nei confronti dei soldati morti per la causa sbagliata. Anch’essi vittime in fondo, ma di una propaganda sistematica che viene interiorizzata sin dall’infanzia:
One life is one life, right?

BTTF, Letters from Chiran, ph. Alvise Crovato

Se vi è mai capitato di viaggiare in qualche paese dell’Asia e di imparare qualche parola della lingua locale, avrete probabilmente riscontrato reazioni di felice sorpresa o addirittura eccitazione nelle popolazioni locali di fronte alle vostre incerte e imprecise pronunce; eppure, per qualche ragione che ha a che fare con l’alta opinione che abbiamo del nostro paese, che consideriamo ancora al centro del mondo, riteniamo d’obbligo che un asiatico, qui, impari la nostra lingua. Lo spettacolo Ahmen di Cromo Collettivo porta in scena l’esperienza reale e trasfigurata di un uomo, immigrato in Italia dal Pakistan, che cerca di completare le annose pratiche di ricongiungimento familiare per poter portare sua moglie e suo figlio in Italia. La piccola attività di "lavatutto” di Ahmen, con i suoi clienti arroganti, e l’ufficio postale, con i suoi dipendenti svogliati, interpreti di una burocrazia cronicamente lenta, non sono che scenari ricorrenti nella vita di un immigrato in Italia. Ahmen è costretto a confrontarsi quotidianamente con la violenza dei cittadini, fondata sulla supremazia della parola. Se vi è mai capitato di viaggiare in un paese dell’Asia e di imparare qualche parola della lingua locale, avrete probabilmente riscontrato reazioni di felice sorpresa o addirittura eccitazione nelle popolazioni del luogo di fronte alle vostre incerte e imprecise pronunce; eppure, per qualche ragione che ha a che fare con l’alta opinione che abbiamo del nostro paese, che consideriamo ancora al centro del mondo, riteniamo d’obbligo che un asiatico, qui, impari la nostra lingua. Ahmen, significativamente muto di fronte a simili pretese, è letteralmente tormentato dalle parole aggressive che gli vengono rivolte, fruendo da pungiball per la frustrazione altrui: “Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa”.

BTTF, Ahmen, ph. Alvise Crovato

Nello happening Botanica Queer di Nina’s Drag Queens, Ulisse Romanò, in arte Demetra, conduce una camminata in cuffia presso parco Adriano per illustrare le stimolanti somiglianze tra la natura vegetale e le persone queer:
Sgargianti, leggermente esibizioniste, non binarie, dal genere fluido, capaci di godersi la vita, aperte alle sperimentazioni, connesse con le stelle, vittime di pregiudizio, vittime di violenza... più queer di così!”
La passeggiata performativa non risponde unicamente al fine di sensibilizzare sull’essere queer, ma spinge a riflettere sulla natura stessa, di cui ignoriamo quotidianamente la vitalità in quanto troppo diversa dalla nostra, ma che percepisce sensazioni ormai dimostrate scientificamente: rispondono al contatto fisico, percepiscono il suono dell’acqua e il colore della luce, possono persino ricordare. Ed è così che la biologia e Demetra giungono alle medesime conclusioni, dimostrando quanto parziali e ideologiche siano quelle visioni di una natura rigidamente binaria in nome delle quali si discrimina ancora oggi la varietà. Ma essere queer non significa essere “contro natura”, anzi essergli sorprendentemente simili.

BTTF, Botanica Queer , ph. Alvise Crovato

Nel "libro dal vivo" Borderline Visible, presentato in traduzione italiana, Ant Hampton racconta un viaggio alla ricerca delle proprie radici familiari, iniziato in coppia e proseguito poi in solitaria. Durante il viaggio dalla Svizzera alla Turchia, l'artista riscopre un pezzo di storia ebraica moderna e contemporanea, giungendo infine ad osservare da vicino i respingimenti di migranti dalla Grecia alla Turchia, e a instaurare un’amicizia con uno di essi. La condivisione dell’esperienza di questo viaggio, che ha richiesto solamente un individuo con una grande voglia di osservare il mondo attraverso un tragitto inusuale, porta alla scoperta tangibile degli orrori della nostra storia e dei confini europei odierni. Ant giunge così in un arido cimitero costellato di numeri tracciati su assi di legno, a migliaia, per molti di quei migranti che, giunti dopo un lungo viaggio sulla costa di Samos, vengono ributtati in mare dalla polizia greca. L’artista si rammarica più volte di poter solo osservare, eppure è questo l’atto preliminare a ogni azione, che suscita partecipazione ed empatia, attraverso un’esperienza condivisa di frammenti di rovine contemporanee.
These fragments I have shored against my ruins”. “These fragments I have shared against my ruins.
BTTF è riuscito a portare in scena spettacoli di grande apertura socioculturale, con uno spaccato su esistenze e storie ai margini. Unica nota, una programmazione teatrale interamente al maschile, nonostante una DAP quasi esclusivamente costituita da donne. Accanto agli spettacoli, il festival ha dedicato una giornata di incontri al tema del lavoro, con il convegno Sottosopra, promosso da Ecate Cultura e TrovaFestival, moderato da Giulia Alonzo e con la partecipazione di Alessia Cesana e Martina Ferlisi di Altreconomia e di Francesca Della Santa di Connessioni Precarie. Il lavoro è stato affrontato non tanto nei suoi aspetti tecnici quanto come spazio di relazioni, precarietà e costruzione di immaginari, attraverso interventi che intrecciavano esperienze personali e riflessioni collettive. Più che offrire risposte, il confronto ha aperto domande sul significato del lavorare oggi nel settore culturale e creativo, restituendo una pluralità di voci e prospettive e configurandosi come un’occasione di confronto aperto sulle trasformazioni del lavoro contemporaneo e sulle sfide che attraversano oggi le diverse generazioni. Una prosecuzione coerente del percorso proposto dagli spettacoli, che sposta lo sguardo dalle opere alle condizioni materiali e umane che ne rendono possibile l'esistenza. In un panorama culturale spesso ripiegato su sé stesso, BTTF conferma la capacità del teatro di aprire spazi di ascolto e confronto con ciò che resta ai margini. Più che indicare una direzione, il festival invita a cambiare punto di vista: un primo passo per immaginare un futuro davvero condiviso.


Festival osservato: BTTF Festival

Progetto TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS

Con il sostegno di Fondazione Cariplo