TourFest2026 | A Polifemo piace l'indie


Di Federico Di Garbo

"Che il viaggio abbia inizio". Così si apre la decima edizione del Mish Mash di Milazzo. Dietro questa frase c'è un disegno preciso. Per il suo decimo compleanno il festival ha scelto di raccontarsi attraverso il mito greco e l'epica omerica, richiamando il legame antico tra Milazzo e la leggenda di Polifemo, il ciclope che la tradizione colloca in una grotta ai piedi del castello, e che già dalla prima edizione aveva prestato il proprio occhio come simbolo della manifestazione. Dieci anni dopo, quello stesso immaginario torna ad attraversare scenografie, visual e allestimenti: il viaggio omerico diventa la chiave con cui il Mish Mash guarda alle proprie origini, prima di ripartire.
Ci arrivo con questo pensiero addosso, il 10 agosto 2026, in un caldo afoso e umido che sembra restare sospeso tra le pietre del castello arabo-normanno. Le porte si aprono nel primo pomeriggio e, ad accogliermi, trovo alcuni volti già visti pochi giorni prima a Ypsigrock, il boutique festival che da 29 anni anima Castelbuono, vicino Palermo. È la prima cosa che noto, ancora prima di guardarmi intorno: il pubblico del Mish Mash sembra essere, in parte, lo stesso di Ypsigrock, come se tra i due festival scorresse un filo sottile ma riconoscibile. Mi chiedo se ci sia qualcosa di radicato, un senso di comunità che sta iniziando a mettere radici proprio in questi anni. Forse è ancora presto per dirlo, siamo solo alla decima edizione, ma gli elementi per costruire un senso di famiglia sembrano già tutti presenti: nei saluti che si ripetono, nei volti che si riconoscono da un festival all'altro, nell'aria di casa che si respira tra le mura di una fortezza che casa, in fondo, non lo è mai stata per nessuno.

Mish Mash, ph. Anastasia Ferrara

La seconda cosa che salta all'occhio, appena varcato l'ingresso, è la quantità di volontari che si muove tra un compito e l'altro, riconoscibili dalle pettorine e da un'attenzione che non sembra recitata. Ne parlo con calma, all'ombra di uno dei bastioni, con i referenti Francesco Corso, detto Checco, e Andrea Valle, che di questo festival è stato volontario prima di diventarne, negli anni, uno dei punti di riferimento, complice un fare intraprendente che qui sembra valere più di qualunque titolo. Mi raccontano di una macchina che oggi conta 140-160 persone, un numero che non mi aspettavo, distribuite tra logistica, accoglienza, bar, merchandising, primo soccorso e una lunga serie di altre mansioni che tengono in piedi, letteralmente, i tre giorni di festival. Parlando con loro capisco che dietro la leggerezza apparente del backstage (o meglio “casetta dei volontari”) si nasconde un lavoro fatto di turni, formazione e responsabilità condivisa, e che il senso di comunità di cui parlavo poco prima passa, prima ancora che dal pubblico, da qui.

Poco più tardi ho modo di parlare con la direttrice creativa Lucrezia Muscianisi, che mi racconta il lavoro che sta dietro al festival: il rapporto con gli stakeholder, il dialogo quotidiano con il territorio, le prossime mosse pensate per rendere il progetto più attento ai temi della sostenibilità e dell'accessibilità. Mi cita, per esempio, il prossimo utilizzo di gruppi elettrogeni a basso impatto ambientale, sviluppati con il supporto di alcuni atenei universitari italiani. Ascoltandola si capisce che l'obiettivo, fin dalla prima edizione, non è mai stato soltanto portare artisti a Milazzo, ma riportare la musica dal vivo in una provincia che ne era rimasta quasi priva, e avvicinare le nuove generazioni al proprio territorio e al proprio castello.

Il primo giorno di festival
Il festival si apre con la performance del conterraneo Claudio Covato, seguito da un altro siciliano, Nico Arezzo. Completano la serata Tutti Fenomeni e Faccianuvola. Il cielo sopra il piazzale del Duomo si scurisce lentamente e, quando le luci del Main Stage si accendono, il castello smette di essere soltanto un monumento e diventa, per una notte, un palcoscenico sospeso tra il mare e le stelle. Dall'altra parte della fortezza, nell'ex monastero benedettino trasformato in Monastero Stage, le pareti di pietra si riempiono delle proiezioni di video mapping firmate dal collettivo Pixel Shapes, di cui fa parte MYLAY: geometrie di luce che rivestono i muri antichi come se raccontassero, anche loro, un viaggio. Negli intervalli tra un concerto e l'altro, sul Main Stage, un gruppo di ballo anima la piazza con brevi coreografie, mentre il pubblico si sposta da un palco all'altro seguendo il ritmo della serata più che un percorso stabilito.

Tutti Fenomeni, Mish Mash, ph. Anastasia Ferrara

Il secondo giorno di festival

Il giorno dopo assistiamo agli spettacoli delle agrigentine Moyre, dei Bouganville (il cui frontman è originario proprio di Milazzo e dintorni), degli internazionali Yin Yin e, infine, di Ditonellapiaga, reduce dal successo di Sanremo 2026 e dal nuovo album. È la giornata in cui il caldo si fa sentire di più, ma anche quella in cui il castello sembra più pieno, più abitato, come se la voce del festival si fosse sparsa tra le vie di Milazzo nella notte precedente.

Ditonellapiaga, Mish Mash, ph. Anastasia Ferrara

Il terzo giorno di festival

Il suo terzo e ultimo giorno si parte con caloroso riscaldamento firmato Piazza Trento's, poi a seguire Feste Antonacci (una tra le band che aspettavo di più a Mish Mash), dunque un anonimo Pufuleti, poi la chiusura affidata a Tony Pitony, capace di portare la serata al sold-out e riempire ogni spazio disponibile, dentro e fuori dal piazzale del Duomo. Una menzione va anche alla scelta di chiudere il Monastero Stage con gli Amore Audio, la cui elettronica indie regala alla serata un tocco quasi fuori dal tempo: l'ultima tappa di un viaggio che per tre giorni ha tenuto insieme musica, mito e comunità.

Piazza Trento's, Mish Mash, ph. Francesco Algeri

Tre giorni dopo
Tre giorni difficili da racchiudere in poche righe, ma che restituiscono l'immagine di un festival ancora giovane nella sua storia e già maturo nelle intenzioni. Il ritorno di volti noti da altre esperienze musicali siciliane, la scala della macchina organizzativa affidata ai volontari, le parole della direzione artistica sulle prossime scelte in materia di sostenibilità, persino il mito scelto per raccontare questo decennale: sono tutti fili dello stesso racconto, quello di un progetto che a dieci anni dalla prima edizione sembra ancora chiedersi dove voglia arrivare. Il viaggio di Ulisse, in fondo, non è mai stato soltanto un andare, ma un tornare, un riconoscersi in un luogo che si credeva di conoscere già. Forse è per questo che il pubblico del Mish Mash somiglia tanto a quello di altri festival isolani: perché il viaggio a cui ci si abbandona ogni agosto tra le mura del castello di Milazzo è, prima ancora che musicale, un viaggio di ritorno verso un'idea di comunità che qui, tra volontari, direzione artistica e pubblico, sembra avere trovato casa. Resta da capire, nelle prossime edizioni, quanto queste intenzioni si tradurranno in pratiche stabili e verificabili sul campo. Ma il decimo compleanno del Mish Mash lascia a Milazzo qualcosa che va oltre i tre giorni di musica: un tentativo di costruire relazione, tra chi il festival lo organizza, chi lo attraversa da spettatore e il territorio che lo ospita.

Festival osservato: Mish Mash Festival

Progetto TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS