Tourfest2026 | Teatro di guerra sotto le stelle
Di Vittoria Chillon
C'è un luogo in Toscana dove il teatro incontra la storia nel modo più letterale possibile: le pietre millenarie del Teatro Romano di Volterra diventano ogni estate palcoscenico per il Festival Internazionale del Teatro Romano, in programma quest’anno dal 16 luglio all'8 agosto 2026. La XXIV edizione è stata dedicata all’archeologo volterrano che negli anni Cinquanta scoprì il sito: Enrico Fiumi, nel cinquantenario della sua scomparsa. Tra i tanti appuntamenti che hanno animato l'area archeologica, il festival porta in scena spettacoli che delineano la storia teatrale: a partire dalle opere del commediografo romano Plauto come Menecmi o il più raro Truculentus fino ad arrivare alle più recenti rivisitazioni di un Pinocchio in musica e di un nuovo allestimento ispirato alla vita di Casanova.
Per i venti giorni della stagione estiva, subito dopo il tramonto, si alternano eventi che saltano dal teatro in prosa e lirico, fino alla danza e alla musica: due spettacoli in particolare hanno attirato la mia attenzione, perché hanno messo in scena, da angolazioni opposte, la stessa domanda: cosa resta dopo la guerra?
Waiting for Godot: l'attesa in lingua originale
Il 29 e 30 luglio il Teatro Romano ha ospitato l’anteprima internazionale della prima produzione italiana in lingua inglese di Waiting for Godot di Samuel Beckett, a distanza di oltre quarant'anni dall'ultima messa in scena diretta dallo stesso Beckett, nel 1984.
Rupert Mason, Waiting for Godot, Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra, ph. Gruppo Fotografico Gian Volterra
La cornice millenaria delle rovine del Teatro Romano accoglie la scenografia scarna del teatro dell’assurdo: l’albero spoglio attorno a cui i quattro personaggi graviteranno e niente più. Prima dell’ingresso degli attori, lo spettatore si trova già immerso nella landa desolata beckettiana grazie allo spazio aperto dove si svolge il festival.
Vedere Vladimiro ed Estragone attendere l'arrivo di Godot nella lingua in cui Beckett scrisse la versione inglese del testo (la prima stesura, En attendant Godot, era in francese, ma fu lui stesso a tradurla) restituisce al capolavoro del teatro dell'assurdo una musicalità e un ritmo diversi da quelli a cui il pubblico italiano è abituato. La regia di Rupert Mason porta sul palco il testo in modo fedele sia per quanto riguarda la sceneggiatura fino alla scelta dei costumi, d’epoca e accessoriati come Beckett scrisse. Lo studio dei personaggi : Vladimiro ed Estragone rimangono la coppia salda descritta originariamente, i loro caratteri si completano e si esaltano a vicenda nel loro rapporto di dipendenza reciproca. L’attenzione agli intervalli di silenzio sono una scelta registica che sottolinea continuamente la precarietà della situazione in cui i personaggi vivono. Questo silenzio, dell’attesa e del non-sapere si rompe solo durante lo sfrenato monologo di Lucky ma si ricuce, ancor più stretto nel secondo atto. Innovativa la scelta di assegnare il ruolo del messaggero ad un’attrice ma rimane fine a sé stessa in questa prima rappresentazione.
La scelta di programmare uno spettacolo in lingua straniera è stata coraggiosa, pensata per coinvolgere i numerosi turisti che affollano le strade di Volterra durante il periodo estivo. In ogni caso, per attirare un pubblico eterogeneo e permettere ai più la fruizione, si sarebbero potute trovare delle soluzioni alternative come la proiezione dei sottotitoli.
L’inserimento di quest’opera nella cornice archeologica del Teatro Romano ha aggiunto, di per sé, un ulteriore livello di lettura: l'attesa di Vladimiro ed Estragone, sospesa e ciclica, si misura con un luogo che ha visto passare attorno a sé secoli e vite cambiate dal tempo. Un cortocircuito temporale che il festival crea consapevolmente, mettendo in dialogo il contemporaneo con l’antico. Ciò rende l'antico.
Donne di guerra. Le Troiane: le vittime senza voce
La sera successiva, 31 luglio, è andata in scena Donne di guerra. Le Troiane, la rilettura registica che Marina Pizzi ha dato del testo di Euripide, con il contributo di Silvio Giordani.
Marina Pizzi, Silvio Giordani, Donne di guerra. Le Troiane, Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra, ph. Gruppo Fotografico Gian Volterra
Se in Beckett la guerra è sullo sfondo, qui è invece il punto di partenza esplicito: la tragedia comincia dove le altre finiscono. Siamo a Troia già espugnata, ridotta a macerie fumanti e corpi senza vita, dove le sue donne anch’esse ormai private di ogni cosa, compresa la libertà, attendono di essere spartite come bottino tra i vincitori achei.
Ecuba, ormai anziana, madre di Polissena e di Cassandra, piegata dal dolore per la morte dei suoi figli e per la perdita che a breve coinvolgerà le sue figlie, quando verranno assegnate come schiave o concubine ai soldati achei. Le due cercano di affrontare il loro destino e se la prima combatte con tutte le sue forze per non partire, Cassandra invece immagina un piano di vendetta contro gli achei e il re Agamennone con cui dovrà condividere il letto. Ecuba, assegnata anch’essa a un re acheo, Ulisse, è tormentata dalla sofferenza per la sorte dei suoi figli e del suo popolo intero ma sa che, per volere degli dèi, non può ribellarsi. È immobile. La sua immobilità fisica però non ferma le sue parole, che cercano disperatamente un modo per cambiare il destino già scritto.
La lettura di Pizzi insiste sulla voce, l’unico elemento che resta a queste donne. Il corpo ormai relegato a merce si riempie del canto e della voce, i lamenti e i pianti riecheggiano nelle mura antiche del teatro. Quest’atmosfera tragica rende Le Troiane delle figure attuali: le protagoniste non sono personaggi del mito lontano, ma come recita la stessa presentazione dello spettacolo "tutte le donne di guerra", di ogni guerra, comprese quelle che si combattono oggi a poca distanza da noi. Ecuba, Polissena, Cassandra e Andromaca diventano così archetipi che continuano a moltiplicarsi nella cronaca contemporanea.
Cosa resta dopo la guerra
Programmati uno dopo l'altro, i due spettacoli compongono un dittico involontario ma efficace: da un lato l’immobilità del teatro dell’assurdo, mentre dall'altro il lutto concreto e corale di Euripide. Entrambi, a modo loro, interrogano su che cosa significhi sopravvivere a un conflitto e cercano di trovare una risposta, ciò che resta dopo la guerra. La speranza è la chiave. In Beckett il ritorno continuo di Estragone e Vladimiro, ogni giorno, è composto dall’attesa interminabile che però non esisterebbe senza la speranza di poter vedere un giorno Godot. Una speranza flebile che fatica a mettersi in luce ma c’è, negli anfratti della mente. Una speranza che, nel caso del personaggio di Cassandra si traduce in rivendicazione di libertà per il suo popolo, per i Troiani. Perché dopo la guerra restano solo città distrutte, povertà e disperazione, così che anche l’animo umano a sua volta diventa debole e sconfortato. Ma la speranza c’è, è quella che permette di trovare la forza per poter ricominciare. Le piccole luci di speranza trovano spazio tra le pietre del Teatro Romano di Volterra, così i due spettacoli si inseriscono in una cornice capace di amplificarne la voce, restituendo al pubblico un'esperienza che va oltre la semplice serata estiva a teatro.
Festival osservato: Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS