TourFest 2026 | Corpi e voci in movimento nella natura: un'esperienza all’insegna del rispetto per
Di Alex Discacciati.
È ormai risaputo che spesso le cose belle nascono da ciò che bello non è: ne ho avuto la conferma durante la mia chiacchierata con Erica Meucci e Francesca Siracusa, le due direttrici artistiche di Rami d’Ora (acronimo per Orobie Residenze Artistiche), ormai arrivato alla sesta edizione. “Il tutto nasce dopo il Covid”, mi racconta Erica, che è stata anche la fondatrice del festival, prima che Francesca la affiancasse nella direzione artistica l’anno dopo. Era il 2021, in un periodo dove tutti noi abbiamo familiarizzato fin troppo bene con la malattia, quando Erica ebbe l’idea di salire a Piateda (piccolo comune nella provincia di Sondrio, e sede di ORA), luogo della sua infanzia, per lavorare a un suo progetto assieme ad altri ballerini. La concentrazione e la serenità di quella “micro-residenza di sette giorni” hanno indotto Erica a voler condividere quel luogo con altre persone, creando quello che poi sarà Rami d’Ora.
Nonostante l’ambiente immerso nel verde, l’avvio del progetto non è stato privo di difficoltà. La prima edizione del festival è stata autoprodotta, con tutta l’incertezza organizzativa che ne deriva. Anche trovare figure professionali del territorio non è stato semplice: mancavano organizzatori, videomaker, fotografi, forse anche per pregiudizio (si pensava al festival di danza come al classico saggio). Tuttavia la gente del luogo ha risposto con entusiasmo alla chiamata del festival. “La prima volta è arrivata una quantità di persone che neanche ci aspettavamo”, ricorda Erica, “avevamo fatto un lavoro di teatro per il 2 giugno […] e c’era gente dappertutto, seduta qua sulla strada, sulla fontana. C’era questo desiderio, dopo il Covid, di dire: ‘Cosa sta nascendo in un momento in cui sta morendo tutto?’”.
Si è venuta così a creare una realtà più solida, che dalla seconda alla quarta edizione ha ottenuto il sostegno del Ministero della Cultura. “Lo scorso anno iniziava il secondo triennio del Ministero, ma a festival già iniziato abbiamo scoperto che non avevamo superato la domanda ministeriale”, mi racconta Francesca, un po’ rabbuiandosi. Tuttavia, dopo un momento di sconforto, l’affetto delle persone si è concretizzato: attraverso un crowdfunding iniziato un anno fa, Erica e Francesca sono riuscite, grazie all’aiuto delle persone del luogo e di associazioni di tutta Italia, a coprire in parte le spese. In risposta a queste difficoltà nasce il titolo di questa edizione: “dorsale” simboleggia infatti, oltre che l’unione fra il dorso dell’animale e la linea che congiunge le vette della montagna, un luogo sempre lontano ma ben visibile, una meta, che tanto più è elevata quanto più è fragile e sottoposta alle intemperie.
Proprio l’affetto delle persone è l’elemento principale che ho sentito nel mio soggiorno a Ora: ho trovato un ambiente in cui tutti si conoscevano ed erano ben disposti ad aiutarsi fra loro in tutti gli ambiti della vita quotidiana che la residenza comune impone di condividere. È l’aspetto comunitario, forse, il maggior punto di forza del festival, che non lascia indietro nessuno e accoglie a braccia aperte chiunque. In questa grande famiglia, vedo negli occhi di Erica e Francesca quando mi parlano del festival una luce particolare, la stessa luce che le mamme hanno quando parlano dei propri figli: in effetti Rami d’Ora è un po’ come se fosse un figlio di queste due giovani donne (di 32 e 37 anni) che si sono conosciute alla "Paolo Grassi" e sono state unite da maestri e visioni artistiche comuni.
Sogni al campo di AzioniFuoriPosto
Durante il mio soggiorno a Piateda ho assistito a quattro performance. La prima si è svolta il 26 giugno, giorno del mio arrivo, alle 19 nel non lontano comune di Trevisio, presso la Vigna Chioso della casa vinicola Dirupi, Sogni al campo. Attraverso una performance itinerante tra i filari delle viti, Filippo Porro, cofondatore della compagnia AzioniFuoriPosto insieme a Silvia Dezulian, ripercorreva i ricordi della sua infanzia nella campagna cuneese. Armato della sua cassetta rossa, Porro affida il racconto alla sua presenza fisica e ai suoi movimenti a stretto contatto con la terra, che è forse è la vera protagonista della performance.
AzioniFuoriPosto, Sogni al campo a Rami d'Ora, ph. Antonella Catalano
Tremore, Piccole cose del mondo del Collettivo Micorrize
Il giorno dopo ho attraversato il sentiero che da Ora arriva a Piateda Alta, per poter assistere alle 18 presso la Chiesa di Sant’Antonio Abate al lavoro del Collettivo Micorrize, nato dall’incontro fra Marta Lucchini e Rosa Lanzaro. Anche la performance Tremore, Piccole cose del mondo è stata itinerante: camminando per l’ormai quasi disabitata Piateda Alta, Marta Lucchini ha rievocato antiche immagini mitologiche, legate alla cura della Terra e dell’Acqua, attraverso i suoi movimenti, il contatto con l’ambiente e i diversi cambi di costume. Subito dopo la performance ho ripercorso nuovamente il sentiero nel bosco, per poter assistere a un concerto, o meglio a uno spettacolo musicale corale.
