TourFest 2026 | Tra memoria e fine del mondo


Di Alessia Romeo

Il festival Sempre Più Fuori si configura, anche in questa edizione 2026, come uno degli spazi di sperimentazione e confronto più stimolanti del panorama contemporaneo. Un progetto che, sotto la direzione di Antonino Pirillo e Giorgio Andriani, abita il territorio romano come laboratorio aperto, capace di far dialogare linguaggi artistici differenti e di ridefinire costantemente il rapporto tra pubblico, artisti e spazio. È in questo flusso in costante movimento che si è inserito il mio percorso all’interno del festival, una breve traversata che mi ha permesso di intercettare frammenti di una programmazione densa, vivendo da vicino le urgenze artistiche che animano questa edizione. La prima tappa del mio cammino è stata la mostra Future in The Past: 35 anni di Motus, ospitata nelle sale del Goethe-Institut di Roma.

Motus, Future in The Past, Sempre Più Fuori, ph. Fabio Trifoni

Un archivio visivo che non si limita a documentare il passato, ma riattiva la memoria storica della compagnia proiettandola nel futuro. A questo proposito, Daniela Nicolò, fondatrice di Motus, sottolinea come passato e futuro non siano dimensioni distanti, bensì elementi di un “circuito” costante. Le immagini esposte restituiscono la potenza estetica, politica e poetica di trentacinque anni di ricerca, mostrando la genesi di quelle "creature" sceniche che hanno partecipato a ridefinire le regole del teatro contemporaneo. Il percorso si snoda tra quaderni con note di regia, foto e scorci di script, fino a una vasca piena di scatti di scena che lo spettatore può timbrare e portare con sé, rendendo l'esperienza interattiva. Nel giardino del Goethe-Institut l’atmosfera si fa più intima e distesa grazie al soft DJ set di Magenta, un momento di decompressione e condivisione sonora che ha traghettato il pubblico verso momenti di networking, brindisi e festeggiamenti per l'inaugurazione della mostra.

Cena al buio
Segue negli spazi interni dell’istituto tedesco uno dei momenti più intensi della programmazione, Cena al buio, in collaborazione con l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Privati della vista, veniamo guidati in un percorso sensoriale ed empatico dove il cibo, la voce e il contatto umano assumono nuovi pesi e significati, scardinando le nostre abitudini percettive e ponendo l'accento sull'accessibilità. In fila indiana, a occhi chiusi e con la mano sulla spalla del compagno davanti, entriamo in stanza a gruppi di cinque. Privati di qualsiasi dispositivo elettronico o luminoso, ci ritroviamo immersi in un buio assoluto. Ad accoglierci ci sono Paolo e Cristina, le nostre guide, che ci aiutano a trovare posto nell'oscurità. Una volta seduti, iniziamo a esplorare lo spazio davanti a noi, toccare tutto, ascoltare con più attenzione, sfruttare ogni altro senso. Per prendere confidenza con quelle facoltà che spesso diamo per scontate, l'esperienza inizia con qualche gioco che stimola l’uso dell'udito e ci spinge a concentrarci su quello. A poco a poco le certezze crollano, anche nei gesti più quotidiani, e ci affidiamo totalmente ai sensi e a chi ci circonda. Ci presentiamo ai nostri vicini di posto: alla mia sinistra Federica, alla mia destra Augusto. Voci a cui è impossibile dare un volto, eppure, pur essendo tra sconosciuti, si instaura da subito un profondo legame di fiducia. Ogni piatto diventa una nuova sfida, si dubita di come catturare un boccone al buio, a chiedersi perché la distanza tra il piatto e la bocca sembri improvvisamente così lunga, o a perdere costantemente il tovagliolo. Durante la serata si ironizza molto, i nostri due maître d'eccezione ci raccontano la loro storia: Paolo, confessa di ritenersi persino fortunato, perché la cecità gli ha permesso di fare esperienze che, da vedente, forse non avrebbe mai vissuto. In quella stanza buia si crea una magia, tanto che alla fine, quando ci avvisano che stanno per riaccendere le luci, qualcuno nell'oscurità urla di no. Una voce maschile propone di lasciare la stanza così com'era, cristallizzata nell'esperienza appena vissuta. D'altronde, è come se fossimo entrati per un attimo nello scorcio di vita di una persona cieca, ma con la consapevolezza che le luci si sarebbero riaccese solo per alcuni di noi. Così, esattamente come siamo entrati, usciamo al buio, l'uno con la mano stretta a quella dell'altro, lasciando intatta questa esperienza nell'oscurità. ​

Ayoub di Marina Otero...
Il viaggio si sposta allo Spazio Rossellini, trasformato nel palcoscenico ideale per riflessioni corporee e performance sonore. Grande riscontro di pubblico ha avuto Ayoub, il lavoro di Marina Otero interpretato insieme a Ibrahim Ibnou Goush.

Marina Otero, Ayoub, Sempre Più Fuori, ph. Fabio Trifoni

L'opera mette a nudo il corpo e la sua storia: la regia radicale di Otero incontra la presenza scenica e biografica dell'interprete in un racconto di vulnerabilità, resistenza e spiazzamento emotivo. In un intreccio di temi sospesi tra amore e colonialismo, il racconto nasce da un duplice intento salvifico: sottrarre la regista stessa al suicidio, generato dalla dipendenza emotiva, e riscattare un uomo dalla povertà. Il primo, dall'incipit romantico, parte dal viaggio di Marina e attraversa l'intera fase dell'innamoramento per Ayoub, per poi giungere all'amara consapevolezza che il desiderio di portarlo con sé in Occidente sia dettato, forse, da mero egoismo. Le dinamiche colonialiste intrinseche nell'agire occidentale non emergono subito, la regista ne prende coscienza solo gradualmente mentre domina il palco, sfogando la propria rabbia su un sacco da boxe o alternando momenti di danza libera ed esplosiva. Si tratta di un processo intenso che parte dalla sfera personale per approdare a quella globale. La morte di un amico, un poeta palestinese ucciso brutalmente mentre trasportava un carico di farina, genera un punto di frattura. Il senso di colpa per aver occupato il corpo, il cuore e la vita di un altro uomo, fino a colonizzarlo, esplode sulle note di Despacito di Luis Fonsi e Daddy Yankee, con Marina divorata da una rabbia brutale. Il secondo punto di vista, quello di Ayoub, è invece immaginario e proiettato in un futuro ipotetico in cui il ragazzo si è trasferito davvero in Spagna con lei per ricominciare da zero. È proprio lui a guidarci nella realtà di un giovane che, ingannato dall'amore per una donna occidentale, più grande, accetta di abbandonare la propria vita e le proprie origini. Si ritrova così in un mondo sconosciuto, a parlare una lingua che non gli appartiene e a vestire panni ed etichette che non lo rappresentano. In un momento di assoluta potenza scenica, il ragazzo, che indossa fisicamente una delle tante etichette addossategli, una maglietta con la scritta "musulmano femminista", urla contro Marina, sputando tutto il suo odio e accusandola di aver colonizzato persino il loro amore. Sulle note di canzoni arabe, la tensione accumulata si scioglie in una danza catartica, un momento liberatorio in cui i due protagonisti si spogliano di ogni sovrastruttura, reale o ipotetica, che fino a quel momento li ha condizionati. Attraverso il filtro della relazione romantica, Otero mette in scena uno spettacolo sulle logiche colonialiste dei conflitti attuali, come quello palestinese. La sua storia è uno specchio scomodo, che costringe il pubblico a fare i conti con gli atteggiamenti e le dinamiche di potere che noi occidentali esercitiamo spesso in modo del tutto involontario.

...e poi BumBumFritz
​La scena viene poi interamente occupata dall'universo eclettico dei BumBumFritz. In prima battuta con il loro Live Set, un flusso sonoro caratterizzato da "testi naufraghi" che galleggiano su trame di musica elettronica, creando un'ipnotica colonna sonora del presente. Le note si mescolano a jingle legati a elementi della quotidianità: ne è un esempio la sigla dei Polaretti che, insieme a molti altri gelati dell'infanzia dei Millennials e della Gen Z, oggi non esistono più, sostituiti da strategie di marketing sempre più aggressive legate ai nuovi idoli dei bambini di oggi, come i gelati dei Me contro Te. Il set approda poi a un elenco di attività imparate da autodidatta, specchio di un mondo contemporaneo in cui i mezzi tecnologici illudono chiunque di poter padroneggiare qualsiasi competenza. La chiave comica è sempre accompagnata da un sottotesto di denuncia, tanto che il brano si chiude recitando che “un uomo etero bianco nel mondo occidentale impara a soffrire da autodidatta”. ​A seguire, avviene la transizione verso lo spettacolo teatrale Dad or Alive, un lavoro firmato sempre dal duo che esplora, con comicità e cinismo, i nodi irrisolti della genitorialità, del tempo che passa e dei ruoli sociali in una messinscena dal ritmo serrato.

BumBumFritz, Dad or Alive, Sempre Più Fuori, ph. Fabio Trifoni

La voce di un bambino fa da narratore e dà inizio allo spettacolo, avvisando che la struttura si comporrà di un'introduzione e tre atti. Nel buio, lo schermo di un telefono, amplificato da un microfono, rimane l'unica fonte di luce. Da qui sentiamo provenire il messaggio vocale di una donna che esprime il desiderio di avere un figlio. Si dirama così una serie di problematiche che spaziano dal desiderio di genitorialità al fattore economico, fino alla responsabilità sociale di mettere al mondo una nuova vita nel contesto attuale, il tutto mantenendo un tono ironico e incalzante. ​Il primo atto, dal titolo “i soldi”, pone al centro la questione economica. Armati di un proiettore e di quattro blocchi bianchi sul palco, i due performer fanno dei propri corpi uno schermo. Le videoproiezioni animano così la scena, proiettando diversi dati Istat sulla natalità e fungendo da perfetta scenografia dinamica per un confronto che va dagli anni Sessanta fino a un ipotetico 2060. Da qui prende il via il secondo atto, intitolato "gli altri", in cui sorge il problema dell'inverno demografico che l'Italia e il resto del mondo stanno affrontando. Anche in questo caso tornano come costante punto di riferimento i famosi anni Sessanta, un'epoca ormai ben lontana dalla realtà odierna. Una società che si è evoluta, scardinando i rigidi schemi in favore di una visione decisamente più aperta e sfaccettata. I tempi sono cambiati e, come ricorda Michela Murgia in uno dei video proiettati, le famiglie queer e non convenzionali sono sempre esistite, ma oggi rivendicano il diritto di essere finalmente legittimate e riconosciute. Segue quindi una rassegna a tema che cita alcuni celebri modelli familiari tratti dai cartoni animati che hanno segnato l'immaginario di intere generazioni, il pubblico si diverte a indovinarli e il “gioco” strappa inevitabilmente un sorriso sul volto degli spettatori. È proprio in questo modo che i BumBumFritz arrivano al cuore delle persone, utilizzando escamotage ironici e l'accompagnamento costante della musica, portano in scena macro-temi complessi, denunciandoli e deridendoli. I motivetti entrano in testa e, sulle note del jingle “mi male es tu male es un male popolare”, si affronta anche il tema dello scrolling, quell'attività ipnotica che isola sempre di più le nuove generazioni. Lo sguardo si allarga poi al cambiamento climatico, alle guerre e alla situazione economica globale. Di fronte a tutto questo, ci si chiede quale possa essere oggi un gesto davvero significativo per il pianeta. In un mondo alla deriva, l'unica soluzione paradossale sembra essere la vasectomia, lanciata dal provocatorio ritornello “I did a vasectomy because of climate change”, che fa sorridere la platea. C’è una grande verità dietro l'assurdo, perché si stima che un numero crescente di persone a livello globale si stia rivolgendo alla contraccezione permanente a causa dell'eco-ansia e delle preoccupazioni legate all'impronta ecologica delle generazioni future. L'ultimo capitolo è dedicato al futuro. I performer chiedono all'intelligenza artificiale cosa succederà entro il 2100 e lo scenario che si apre è terribile, un pianeta devastato dal cambiamento climatico, dall'azione dell'uomo, dalle guerre e dalla povertà. Al pubblico non resta che un unico, importante messaggio: imparare a vivere il presente. I BumBumFritz ci lasciano così, sul vuoto di quell'interrogativo finale, “e quindi?”, che rivolgono a noi e che noi, a nostra volta, rivolgiamo costantemente a noi stessi e agli altri. L'unico invito rimasto è quello di cogliere l'attimo e “ballare sull'apocalisse”.

In questo breve ma intenso scorcio all'interno di Sempre Più Fuori, la manifestazione restituisce l'immagine di un festival che non cerca il consenso facile, ma preferisce abitare la complessità e l'ibridazione dei linguaggi. Attraverso lo sguardo di artisti capaci di muoversi tra la dimensione intima e quella globale, il festival si fa specchio e cassa di risonanza delle tensioni del nostro presente, forzando in vari modi i confini della rappresentazione tradizionale. Sempre Più Fuori si conferma così come un incubatore di riflessioni necessarie, lasciando al pubblico interrogativi aperti che continuano a risuonare ben oltre la fine degli applausi.

Festival osservato: Sempre Più Fuori

Progetto TourFest 2026

A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS