TourFest 2026 | Quando l'arte visiva diventa danza
Di Giorgia Aiello e Cecilia Salerno
Salendo verso la collina di Capodimonte, lasciandosi alle spalle il brusio incessante dei quartieri, il traffico delle arterie cittadine, le voci che rimbalzano da un balcone all'altro e quella multiforme vitalità che Pino Daniele ha saputo trasformare in musica, Napoli rallenta il suo respiro. Il ritmo febbrile della città si attenua, il grigio dell'asfalto lascia spazio al verde e, quasi all'improvviso, si erge il Real Bosco di Capodimonte, luogo in cui il tempo sembra dilatarsi e la natura convive con uno dei più importanti patrimoni artistici italiani.
Voluta da Carlo di Borbone a partire dal 1738 per accogliere la prestigiosa collezione Farnese e fungere da residenza reale, la Reggia di Capodimonte domina ancora oggi la città dall'alto della collina, immersa in un bosco che costituisce uno dei più vasti parchi urbani d'Europa. Dopo aver attraversato alterne vicende storiche e aver a lungo conservato la propria funzione abitativa, nel secondo dopoguerra la Reggia fu definitivamente destinata a museo, inaugurato ufficialmente nel 1957. Oggi le sue sale custodiscono capolavori di Tiziano, Caravaggio, Raffaello, Parmigianino, Brueghel e Ribera, insieme alla Galleria Farnese, alla Galleria Napoletana e a una delle più importanti collezioni italiane di arte contemporanea: una stratificazione di epoche e linguaggi che continua a mettere in dialogo la storia dell'arte con la sensibilità del presente.
Tra i viali del Real Bosco e le sale del Museo di Capodimonte, Movimentale, il festival dedicato all'incrocio tra la danza contemporanea e la videoarte, celebra il suo ventesimo anniversario. Nato nel 2006 da un'idea di Interno 5, con la direzione artistica di Antonello Tudisco, Movimentale sceglie di trasformare il complesso museale nel cuore del progetto, permettendo a corpo, paesaggio, architettura e opere d'arte di dialogare.
Per questa edizione, sei coreografi - Emma Cianchi, Linus Jansner, Francesco Marilungo, Marianna Moccia, il duo Igor x Moreno e lo stesso Antonello Tudisco - sono stati invitati a scegliere uno dei dodici capolavori selezionati dalle collezioni del museo come punto di partenza per la creazione di performance site-specific. Le opere diventano così dispositivi di ispirazione, confronto e riscrittura, in un dialogo che mette in relazione pittura, scultura, architettura e movimento. Accanto alle performance, il programma si articola in un concorso di videodanza, residenze artistiche e un percorso laboratoriale dedicato alla ricerca sul corpo e alla sua relazione con lo spazio, il paesaggio e la comunità.
Celeste Crin di Francesco Marilungo
di Cecilia Salerno
Negli ultimi anni Francesco Marilungo ha costruito una delle ricerche più riconoscibili della danza contemporanea italiana. I suoi lavori abitano coerentemente lo stesso territorio poetico, tornando, coreografia per coreografia, a interrogare il corpo come archivio di memorie ancestrali, luogo in cui ritualità, mito, eros e sacro si sedimentano. Attraverso un meticoloso lavoro di ricerca antropologica, bibliografica, letteraria e artistica, il coreografo porta in scena figure archetipiche del femminile che caratterizzano la cultura occidentale - dalla prefica di Stuporosa, alla strega di Cani lunari - trasformandole in dispositivi performativi capaci di mettere in relazione il corpo contemporaneo con un immaginario che affonda le proprie radici nel mito, nel folklore e nella ritualità.
Tiziano, Maddalena Penitente, Napoli, Museo di Capodimonte
Non sorprende, allora, che per Movimentale Marilungo abbia scelto di confrontarsi con la Maddalena penitente di Tiziano. Anche qui il centro della ricerca è una figura femminile caratterizzata da una profonda tensione simbolica, sospesa tra eros e sacro, colpa e redenzione. La Maddalena che la tradizione occidentale ha consegnato all'immaginario collettivo è, infatti, il risultato di una lunga stratificazione culturale, teologica e iconografica, nella quale confluiscono più figure evangeliche: Maria di Magdala, che troviamo ai piedi della croce e prima testimone della Resurrezione di Gesù; Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro; la peccatrice che unge di profumo i piedi di Cristo e li asciuga con i propri capelli. Da questa sovrapposizione nasce una delle immagini più complesse del femminile cristiano, capace di tenere insieme diadi apparentemente inconciliabili e ossimoriche: il desiderio e la penitenza, la carne e lo spirito, la sensualità del corpo e l'aspirazione alla trascendenza. In particolare, a partire dal Medioevo e soprattutto dopo la Controriforma, la Maddalena si afferma come il prototipo della penitente, figura il cui il peccato viene trasfigurato attraverso la conversione. Anche Tiziano torna più volte sul soggetto, realizzandone diverse versioni. La prima, conservata oggi alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti di Firenze e databile intorno al 1533, raffigura una Maddalena ancora profondamente sensuale, con il corpo nudo. La versione di Capodimonte, eseguita intorno al 1550, riflette invece la nuova sensibilità religiosa inaugurata dal Concilio di Trento: la santa appare vestita e gli elementi della penitenza - il libro, il teschio, le lacrime - acquistano un ruolo centrale.
Francesco Marilungo, Celeste Crin, Movimentale, ph. Simone Marigliano
I capelli costituiscono l’elemento che più accompagna le raffigurazioni della Maddalena. Lunghi, sciolti, spesso biondi o rossi, sono insieme caratteristica iconografica e simbolo di femminilità. Proprio dai capelli prende vita Celeste Crin. La performance abita il cortile del Museo di Capodimonte. Lo sguardo incontra immediatamente nove ampolle colme d'acqua: otto disposte secondo una rigorosa geometria che delimita il campo della coreografia e una nona, più grande, collocata sul fondo. La disposizione simmetrica delle ampolle conferisce allo spazio una solennità quasi sacra, mentre il numero nove – tre volte tre, cifra della perfezione nella tradizione cristiana e dantesca – ne amplifica la densità simbolica.
In scena cinque figure femminili. Quattro giovani danzatrici di Körper Young - Martina De Santis, Monica Zoglio, Giorgia Mattiello, Giovanna Ferrara - indossano semplici abiti in denim contemporanei, mentre il soprano Angela Rosa Fico, avvolta in un prezioso abito che richiama le vesti cinquecentesche della Maddalena di Tiziano, si staglia come presenza ieratica. È la sua voce, rigorosamente a cappella, a inaugurare il rito sulle note di O bellissimi capelli, madrigale seicentesco:
Miei dolcissimi diletti
Amorosi serpentelli
Che ritorti in anelletti
Discendete in fra le rose
De le guancie rugiadose
Non solo richiamo all'iconografia della Maddalena, ma elemento in cui si condensano le molteplici costruzioni culturali della femminilità, intrecciati e poi sciolti, scagliati all'indietro, fatti ricadere sul volto, trattenuti e liberati, i capelli accompagnano il movimento della performance, che alterna torsioni, rotazioni vorticose e irrigidimenti. La lunga chioma diventa un'estensione del corpo, capace di evocare insieme desiderio, vulnerabilità, forza e abbandono. Ai capelli, poi, si affianca l’acqua, simbolo cristiano del battesimo e della rinascita, che accompagna il progressivo completamento rito. Una dopo l'altra, le interpreti immergono i capelli nella grande ampolla centrale e li scagliano all'indietro lasciando che l'acqua descriva nell'aria un arco luminoso. Poco dopo, ciascuna si versa addosso il contenuto delle ampolle minori, in un gesto di (pseudo)purificazione. Se in apertura è la cantante a occupare il centro della scena, con la sua voce che inaugura il rito e le quattro danzatrici raccolte attorno a lei, con il procedere della performance il baricentro della composizione si sposta progressivamente. Mentre i capelli delle interpreti diventano il vero fulcro della coreografia e il loro movimento conquista lo spazio scenico, Angela Rosa Fico arretra lentamente, collocandosi alle loro spalle. Poi, nella scena finale, le quattro danzatrici si raccolgono attorno al soprano e, sollevando insieme la grande ampolla, lasciano che l'acqua scorra lentamente sulle sue mani. La presenza dell'acqua e il richiamo alla sua potenza simbolica potrebbero suggerire un percorso di purificazione. Eppure la coreografia sembra sottrarsi a una lettura così lineare. Se da un lato l'acqua richiama il battesimo, la rinascita e la conversione della santa penitente, dall'altro i capelli continuano a occupare il centro della scena, conservando fino alla fine il loro portato di desiderio, sensualità e forza. Nessuno dei due elementi sembra prevalere sull'altro: la purificazione non cancella la corporeità, così come il corpo non rinuncia alla possibilità della trascendenza. La coreografia traduce queste tensioni in immagini di grande forza evocativa, destinate a sedimentarsi nella memoria dello spettatore.
Francesco Marilungo, Celeste Crin, Movimentale, ph. Simone Marigliano
Corpi in parabola di Marianna Moccia
di Giorgia Aiello
Ad aprire il programma, il 3 e 4 luglio è stata la performance site-specific Corpi in parabola. Ideato da Marianna Moccia e ospitato negli spazi della Palazzina dei Principi, il lavoro rappresenta uno dei momenti più folgoranti del festival. Movimentale ha scelto di dare spazio a una coreografa giovane e profondamente radicata nel territorio, un talento innovativo portatore di una forza espressiva rara e dirompente. Questa energia traspare in ogni contrazione muscolare dei tre performer in scena - Luca De Santis, Sabatini Ercole, Flavio Ferruzzi - i cui corpi diventano il veicolo di una tensione palpabile e ininterrotta.
Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, Napoli, Museo di Capodimonte
L’opera scelta come innesco creativo è La parabola dei ciechi di Bruegel il Vecchio. Moccia rifugge intelligentemente la trappola della mimesi: la sua partitura fisica non illustra il dipinto in modo didascalico, ma si muove su binari puramente evocativi. Come dichiarato dalla stessa coreografa, osservando il capolavoro fiammingo ha scelto di interpretare la caduta dei soggetti ritratti come una condizione collettiva. Davanti agli occhi del pubblico prende vita un vocabolario cinetico fatto di attrazioni e respingimenti, in cui i corpi si cercano, si sostengono, si arrampicano gli uni sugli altri per poi separarsi e precipitare nuovamente: i danzatori incarnano la cecità della massa che si muove per inerzia, tenendo lo spettatore in apnea, sospeso in quella frazione di secondo di vertigine che precede il disastro.
Marianna Moccia, Corpi in parabola, Movimentale, ph. Simone Marigliano
A scolpire ulteriormente la tridimensionalità della performance contribuisce in maniera determinante l'universo sonoro, affidato al genio di Stefano Costanzo. Alla batteria, il musicista costruisce una vera e propria architettura acustica, trascinando il pubblico in una dimensione totalizzante in cui vibrazione e movimento si alimentano a vicenda, rendendo l'esibizione un'esperienza immersiva. In perfetta sintonia con questo ecosistema scenico si inserisce il lavoro sui costumi firmato da Esther Dianor. Se a un primo sguardo la loro spiccata originalità visiva può catturare l'attenzione in modo quasi straniante, durante la performance la loro funzione si rivela in tutta la sua profonda coerenza: le forme e i colori finiscono per sposare magistralmente il paesaggio del Real Bosco, fondendosi con i corpi dei performer e con lo spazio che li circonda.
La coreografia diventa così strumento attraverso cui dissezionare le fragilità della nostra epoca. La performance, infatti, indaga le dinamiche del consenso, la fiducia incosciente riposta nel prossimo e la pericolosa propensione umana a seguire una direzione prestabilita senza metterla mai in discussione. Attraverso un linguaggio del corpo crudo ma di estrema raffinatezza, si esplorano il dubbio, lo smarrimento e la spasmodica ricerca di equilibrio. In questa complessa drammaturgia, l'ambiente circostante abdica al ruolo di semplice scenografia: il paesaggio di Capodimonte si configura invece come un vero e proprio interlocutore vivo, in un dialogo serrato e continuo tanto con i performer quanto con il presente.
Corpi in parabola, Celeste Crin e le altre performance site-specific del festival dimostrano come l'immenso patrimonio artistico italiano possa sfuggire alla pura conservazione per farsi materia viva, generatrice di nuovi alfabeti. Con il traguardo della sua ventesima edizione, Movimentale riesce a fare del museo non un tempio silenzioso, ma uno spazio di continua sperimentazione. Qui, il cortocircuito tra arti visive e arti performative non si accontenta di celebrare i capolavori del passato, ma ne estrae le tensioni sotterranee, offrendo al pubblico un’esperienza culturale che è, prima di tutto, un potente, spietato e magnifico specchio del nostro tempo.
Festival osservato: Movimentale
ProgettoTourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS