TourFest 2026 | Quarant’anni di immagini strappate all’oblio: cinefilia e democrazia culturale


Di Giulia Garzione

Ogni sera d'estate, quando Bologna offre i suoi grandi schermi a film vecchi di decenni, si mette in scena un piccolo paradosso: migliaia di persone si radunano non per l'ultima novità, ma per un'immagine strappata al passato. In quel gesto si condensa la vocazione della rassegna che la Cineteca di Bologna dedica al cinema di ieri. Dal 20 al 28 giugno 2026 Il Cinema Ritrovato, giunto alla quarantesima edizione, ha allineato oltre cinquecento titoli in otto sale nell'arco di nove giorni, richiamando 145.000 presenze. Prima ancora di essere una cifra, quel numero è la prova di una scommessa culturale: che la storia del cinema non sia materia per pochi specialisti, ma patrimonio capace di parlare a una platea vasta, disposta a sedersi nel buio tanto per un muto finlandese quanto per un capolavoro hollywoodiano.

Dedicato a Goffredo Fofi, Béla Tarr e Marjane Satrapi
A reggere l'impianto è una direzione collegiale, attiva ormai da nove anni e composta da Gian Luca Farinelli, ideatore del festival, Cecilia Cenciarelli, Ehsan Khoshbakht e Mariann Lewinsky, che quest'anno ha ordinato il programma attorno a tre grandi contenitori: Il Paradiso dei Cinefili, La Macchina del Tempo e La Macchina dello Spazio. La formula, in parte ereditata dallo storico direttore Peter von Bagh, condensa la doppia vocazione della manifestazione: da un lato il piacere cinefilo, dall'altro il cinema come dispositivo che consente di viaggiare attraverso epoche e luoghi distanti, astratti eppure vivi di presenze, memorie, sogni, relazioni. Avvicinando epoche remote, paesi lontani e persone eterogenee, il medium cinematografico si riconferma strumento culturale aggregativo e democratico, quest’anno particolarmente, aprendo le porte della famosa rassegna storicamente pensata per accreditati e addetti ai lavori alla cittadinanza tutta, grazie al festival Extended e alle serate gratuite di Sotto le stelle del cinema. La quarantesima edizione porta però iscritta, fin dalla copertina del catalogo, una ferita. È dedicata a Goffredo Fofi, Béla Tarr e Marjane Satrapi, scomparsi nel giro di un solo anno, tra l'estate del 2025 e i giorni immediatamente precedenti l'inaugurazione. Il primo, critico militante e saggista tra i più intransigenti del Novecento italiano, era stato per anni una delle voci che avevano contribuito a costruire il festival nella stagione di von Bagh, quando le sezioni venivano affidate a una comunità internazionale di cinefili; la rassegna lo ricorda attraverso le presentazioni dei suoi ultimi lavori editoriali: Cinema e bizzarria (La Nave di Teseo, 2026) e il quarto volume dell'Avventurosa storia del cinema italiano (curata con Bianca Faldini e pubblicata dalla Cineteca di Bologna), che copre l'arco temporale che va Da Teorema a Bianca. Béla Tarr, maestro ungherese di quel cinema della lentezza che ha fatto scuola in tutto il mondo, autore di Sátántangó e de Il cavallo di Torino, era già stato celebrato in febbraio dalla Cineteca con la retrospettiva Fino alla fine del mondo. Marjane Satrapi, che di Persepolis aveva fatto un romanzo grafico e poi un film capace di raccontare l'Iran a milioni di spettatori, si è spenta a cinquantasei anni pochi giorni prima dell'apertura: il festival la ricorda proiettando quel "film-manifesto" in piazza Maggiore e la riporta in sala con Pollo alle prugne.

Il cinema come pratica della memoria
Che una rassegna del "ritrovato" si apra sotto il segno della perdita non è una contraddizione, ma quasi una dichiarazione di poetica. Il restauro, in fondo, è una forma di cura. Strappare le immagini all'oblio, riportarle alla luce e consegnarle a nuovi occhi è un gesto di restituzione che risponde all'assenza con la persistenza. Le tre dediche, lette insieme, disegnano l'orizzonte etico dell'edizione: il cinema come pratica della memoria, dove custodire non significa imbalsamare, ma rimettere in circolo.


Cinema Ritrovato, ph. Giulia Garzione

Ridurre l'edizione a pochi nuclei sarebbe ingeneroso, perché la sua ricchezza sta proprio nella vertigine dell'accostamento. Nella stessa settimana hanno convissuto, tra le altre, la retrospettiva su Daisuke Ito, maestro del film in costume giapponese, e la celebrazione di due donne che ridefinirono i confini di genere e nazione, Joséphine Baker e Barbara Stanwyck; la sezione dei documentari, con i ritratti di Jean Cocteau, James Dean e Marilyn Monroe; i restauri di Chaplin e l'esordio quasi integrale di Akira Kurosawa; il capolavoro incendiario e a lungo censurato The Devils di Ken Russell; i cento anni di Mel Brooks e, per la prima volta in quarant'anni, due spettacoli accompagnati dal benshi, il narratore del muto giapponese. Un simile programma non chiede allo spettatore di vedere tutto, ma di smarrirsi, e in questo smarrimento risiede il piacere che il festival coltiva da quattro decenni. Se i tre dedicatari incarnano la memoria come lutto, l'omaggio a Luchino Visconti la declina come attualità. La sezione Addio del passato: modernità di Luchino Visconti, curata da Caterina d'Amico de Carvalho, cade in un doppio anniversario, i centoventi anni dalla nascita del regista nel 1906 e i cinquanta dalla sua morte nel 1976, e tuttavia rifugge la liturgia commemorativa. Ne emerge un autore sperimentale, oggi frettolosamente archiviato come classico: bastano pochi minuti di Ossessione, esordio del 1943 tagliato e condannato dal fascismo, per riconoscere il progetto di una rivoluzione del cinema italiano. Aristocratico e comunista, Visconti ha traghettato nel Novecento la tradizione performativa dell'Ottocento, fondendo musica e immagine con una precisione sinfonica che ancora oggi obbliga chiunque voglia ricostruire il passato a fare i conti con lui. La rassegna non tace nemmeno le battaglie con la censura, che accompagnarono quasi ogni sua opera: Ludwig, testamento artistico del regista, fu ridotto a due ore, e per rivederlo nella versione da quattro immaginata dall'autore gli spettatori dovettero attendere sette anni dopo la sua morte. È il paradosso che il festival mette in scena con lucidità: l'uomo che aveva formato, dietro la macchina da presa e sul palcoscenico, un'intera generazione di interpreti, da Alain Delon a Maria Callas, da Burt Lancaster a Claudia Cardinale, da Anna Magnani a Marcello Mastroianni, morì sapendo mutilata la propria eredità. Riproporlo integro, oggi, significa ancora una volta ritrovare ciò che era andato perduto.

Isabella vulnerabile e magnetica
Il volto attorno al quale si è raccolta la giornata più attesa da chi scrive, domenica 21 giugno, è quello di Isabella Rossellini. Nel pomeriggio, al Cinema Modernissimo, l'attrice ha tenuto una lezione di cinema dialogando con Gian Luca Farinelli davanti a una sala gremita; in serata, alle 21.45, ha presentato in piazza Maggiore Cuore selvaggio di David Lynch, nel restauro in 4K firmato da Universal Pictures e The Criterion Collection. La scelta non è casuale: la scomparsa di David Lynch, nel gennaio del 2025, aggiunge un'altra assenza al calendario delle dediche. Riportare in piazza il film che gli valse la Palma d'oro a Cannes nel 1990 equivale a una veglia collettiva. In Cuore selvaggio Rossellini è Perdita Durango, apparizione breve che, dopo la Dorothy di Velluto blu, aggiunge alla galleria lynchiana un'altra figura femminile vulnerabile e magnetica. Vederlo oggi, su un maxischermo affacciato sul cuore nevralgico della città bolognese, davanti a migliaia di persone sedute sui gradini e sulle sedie della piazza, produce un cortocircuito che dice molto della vocazione del festival: un melodramma un tempo fischiato sulla Croisette, ruvido e visionario, diventa spettacolo popolare, condiviso da cinefili e passanti, turisti e famiglie. La stessa Rossellini attraversa l'edizione anche altrove, tra le testimonianze del documentario Vittorio De Sica. La vita in scena di Francesco Zippel: un altro filo che tiene insieme la memoria del cinema italiano e il presente dei suoi eredi. È qui che si innesta l'affondo di quest'anno: il festival Extended.


Cinema Ritrovato, ph. Giulia Garzione

Accessibilità, democrazia e cinefilia
Accanto al cuore accreditato della rassegna, la Cineteca ha allestito un programma di proiezioni supplementari a piazza Maggiore e al Cinema Modernissimo, distribuite in due tornate, dal 16 al 19 giugno e dal 29 giugno al 5 luglio, aperte tanto agli accreditati, che vi accedono su prenotazione, quanto al grande pubblico, che può rispettivamente accedere gratuitamente e acquistare il biglietto per la singola serata. Un dettaglio in apparenza burocratico che è invece il vero dispositivo democratico dell'edizione: dove l'accredito settimanale rappresenta una barriera economica e simbolica, l’accesso gratuito e il biglietto singolo aprono una breccia, permettendo a chi non è cinefilo di professione di entrare comunque nel rito filmico. Lo spazio, del resto, è già di per sé un manifesto. Il Cinema Modernissimo, sala sotterranea nel cuore di Bologna riaperta nel novembre del 2023 dopo un lungo restauro, è un pezzo di patrimonio ritrovato: scendere la scalinata che porta nella platea, sotto le volte affrescate e restituite allo splendore originario, significa entrare fisicamente dentro la metafora del festival. L'accessibilità qui non è soltanto una formula: le sedi sono raggiungibili a piedi nel raggio di poche centinaia di metri le une dalle altre, la segnaletica è leggibile, il personale accoglie con affetto un pubblico eterogeneo, e la collocazione centrale annulla la distanza tra evento culturale e vita quotidiana della città.
Le serate dell'Extended mescolano deliberatamente il richiamo popolare e la scoperta cinefila: accanto a un cult come Pulp Fiction di Quentin Tarantino trovano posto un film spigoloso come The Pornographers di Shohei Imamura, il recente When the Waves Are Gone del filippino Lav Diaz e persino un muto tedesco del 1929, Ich küsse ihre Hand, Madame. Non è una programmazione al ribasso, ma un ponte: il titolo noto fa da soglia, invita in sala lo spettatore occasionale e lo consegna, la sera dopo, a un autore che non avrebbe mai cercato. Due scelte, in particolare, riannodano l'Extended al festival maggiore: Alice non abita più qui di Martin Scorsese, che dialoga con la sottosezione dedicata ai restauri scorsesiani, e Pollo alle prugne, che rievoca Marjane Satrapi a pochi giorni dalla sua morte, saldando l'omaggio alla dedica.

Cinema Ritrovato, ph. Giulia Garzione

Non sfugge, a chi conosce l'intero programma, una segreta rima tra questo cartellone e le sue dediche. When the Waves Are Gone, con i suoi tempi dilatati e il bianco e nero severo, è cinema che discende in linea diretta dalla lezione di Béla Tarr, mentre il muto Ich küsse ihre Hand, Madame, affidato alla sala e alla proiezione d'epoca, riporta l'Extended alla vocazione originaria del festival, quella per il cinema delle origini e per la musica dal vivo che lo accompagnava. Perfino Pulp Fiction, che a Bologna arriva ormai come un classico da restaurare, ricorda che il patrimonio non è una categoria congelata nel bianco e nero, ma un confine mobile, destinato a inglobare via via ciò che credevamo soltanto contemporaneo. Lo spettatore occasionale, attirato dal titolo familiare, si ritrova così, quasi a sua insaputa, dentro la stessa riflessione sul tempo e sulla conservazione che occupa gli accreditati nelle sale del mattino. Osservato con lo sguardo di chi cerca non solo i film ma il festival come esperienza collettiva, l'Extended restituisce con nitidezza le pratiche che la rassegna dichiara. La partecipazione è trasversale: nella stessa fila siedono accreditati con la borsa di tela d'ordinanza, studenti del DAMS, coppie del quartiere, viaggiatori arrivati per l'occasione. Alla fine di ogni proiezione l'applauso alla copia restaurata, prima ancora che al film, dice molto, celebrando un lavoro invisibile, quello di chi ha strappato quelle immagini al deterioramento. La sostenibilità non è un proclama ma una conseguenza dell'impianto urbano, fatto di sale vicine e percorribili senza automobile, e del riuso di un patrimonio esistente anziché della costruzione di nuove strutture. Il rapporto con il territorio è organico: la manifestazione non cala sulla città dall'alto, ma ne occupa i luoghi storici, trasformando piazze e sale d'epoca in spazi condivisi.
All'aperto, intanto, prosegue ogni sera il controcanto più popolare della rassegna: Sotto le stelle del cinema, la programmazione a ingresso gratuito che anima piazza Maggiore ben oltre le date ufficiali del festival, spingendosi fino a metà luglio. È il gesto più radicale di apertura: nessun biglietto, nessun accredito, soltanto la piazza e il grande schermo. Se l'Extended abbassa la soglia economica, Sotto le stelle la azzera completamente, portando restauri e classici a un pubblico che magari non varcherebbe mai la porta di una cineteca o vi si ritrova solo camminando in una sera d’estate per le vie del centro. Le due iniziative, lette insieme, compongono la risposta del festival alla domanda che lo attraversa da quarant'anni: per chi si restaura il cinema? La quarantesima edizione ha provato a rispondere allargando la platea senza abbassare lo sguardo. Sotto il segno di tre assenze, ha opposto alla perdita la più semplice delle cure: rimettere le immagini davanti agli occhi delle persone, dimostrando che la cinefilia più esigente e il pubblico ampio non vivono in mondi separati. Facendo scendere i suoi restauri dall'archivio alla piazza, Il Cinema Ritrovato ha trasformato la memoria in un bene comune: non un congedo dal passato, ma la prova che il passato, una volta ritrovato, può ancora appartenere a tutti.

Festival osservato: Cinema Ritrovato
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS