TourFest 2026 | A cosa serve un’Arena di Paglia?


Di Giulia Garzione

Una targa, collocata all’interno de Il mulino della Palafitta per le formiche, nella radura di Cotignola, recita "A cosa serve questo luogo che voi chiamate mulino? A cosa serve l'Arena delle Balle di Paglia? A cosa serve guardare nel buio per vedere in lontananza quelle luci del Canale Emiliano Romagnolo?". Sono parole prese in prestito da Raffaello Baldini, poeta e scrittore santarcangelese, incise in una delle molte land art che compongono il paesaggio dell’Arena delle Balle di Paglia. Il quesito, apparentemente di facile risoluzione, mi ha spinto a osservare il festival oltre la sua natura istituzionale di evento artistico: qui, nella campagna cotignolese, l’associazione Primola costruisce ogni anno l’anfiteatro di paglia più grande d’Italia, un luogo che a rigore non “servirebbe” a nulla e che, proprio per questo, finisce per servire a tutto. Giunta alla XVIII edizione, la rassegna porta il titolo "Esperanza. Che ci salvi la paglia nella valle degli orsi di fiume", e affida al tema della speranza sette giorni di concerti, teatro, poesia e land art. Ciò che colpisce, prima ancora del cartellone, è il gesto che lo rende possibile: dal nulla dei campi, là dove il Senio incontra il Canale Emiliano Romagnolo, decine di volontari sollevano un universo temporaneo fatto di balle di paglia, installazioni e micro e macro-arene. Ogni struttura nasce da materiali destinati a decomporsi e a essere riassorbiti dalla terra che li ha generati: la testa monumentale di un drago, mi raccontano, si è ormai fatta albero, restituita alla vegetazione che l’aveva soltanto presa in prestito. Costeggiando il fiume ci si inoltra così in una radura sospesa, dove la sera i tramonti si allargano sopra la pianura e la paglia trattiene, per poi restituirla, l’ultima luce del giorno.

La piscina di paglia, Arena delle Balle di Paglia, ph. Stefano Tedioli

Alla scoperta di questo mondo sono arrivata per gradi, e non da sola. A Cotignola mi hanno accolta Miriam, figlia degli organizzatori e lei stessa organizzatrice, e Jacopo, il suo compagno, guidandomi per un paese piccolo eppure fittissimo d’arte: mille murales ne colorano i muri, raccontandone la vocazione all’apertura verso il mondo e un’ostinata voglia di bellezza, innestata nelle intercapedini del vivere quotidiano. Con la bicicletta ricevuta in prestito ho misurato il paese a un altro passo, scoprendo in modo diverso anche il tragitto che porta all’Arena, quel chilometro di campi che, per scelta, si percorre a piedi, lasciando l’automobile ai margini di un luogo che non ne contempla l’esistenza, riscoprendo i tempi lunghi dell’esplorazione. Dopo essere stata invitata da Miriam a prendere parte alla rituale cena degli addetti ai lavori, sono stata adottata da Elisa e Stefano, due volontari che mi hanno consegnato la storia del progetto: l’associazione Primola, nata all’inizio degli anni Duemila, che dal 2009 trasforma un podere in teatro; le centinaia di artisti passati di qui negli anni e soprattutto le giornate dure di lavoro, la raccolta delle balle, la fatica del montaggio, ripagata per intero dalla meraviglia del risultato. Mi hanno condotta lungo i sentieri, le tappe, le diramazioni dell’Arena, affidando a ciascun angolo una riflessione, un retroscena, un nome. Nelle ore ancora chiare della sera, l’Arena somiglia a un paese in miniatura, dove tornare bambini è quasi inevitabile. Nell’Arena Bambini si susseguono angoli di un villaggio fiabesco: il fiorista, in cui comporre mazzi di fiori secchi; la cucina; i ritratti; un photobooth dove i genitori possono farsi "fotografare" attraverso i disegni che i figli tracciano dal vivo, ridisegnando padri e madri a modo loro; e poi l’angolo dell’argilla, i percorsi sonori nascosti tra gli arbusti, la casa costruita sull’albero. Poco più in là, qualcuno si arrampica sulle balle e si tuffa in una piscina di paglia. Il pubblico è fatto di adulti, ragazzi e bambini che condividono lo stesso cammino, e a tenere insieme ogni cosa, oltre che il divertimento e la spensieratezza che l’ambiente naturale innesca, provvede la cena, servita con prodotti tipici e pensata perché nessuno resti escluso, ricca di opzioni vegetariane, vegane, senza glutine e senza lattosio. Si mangia seduti tra la paglia, si passeggia tra le installazioni e i piccoli interventi site specific, e la scoperta procede senza fretta, a misura di passo, anche di quelli più piccoli. È lungo questi sentieri che la land art dell’edizione si lascia scoprire un’opera alla volta, ciascuna nata per durare quanto l’estate. C’è la Nave Esperanza che Oscar Dominguez ha costruito sull’argine del Senio per salvare, almeno in effigie, la speranza dei popoli; l’Orso di fiume che dà il nome alla valle, nato da rami, argilla, paglia e dalla ricerca artistica di Elizaveta Sineva; la Casa di Bruno arrampicata su un albero e realizzata dai volontari e i paesaggi sonori di Ars Ruralis che scandiscono il percorso dedicato ai bambini.

Oscar Dominguez, Nave Esperanza, Arena delle Balle di Paglia, ph. Stefano Tedioli

Lungo l’intero percorso di Fango e Velluto sono disseminati i lavori di Massimo Pulini, opere dipinte nel fango delle alluvioni che intendono restituire la metafora di un impasto generatore di vita (o di rinascita). Appaiono poi le Lacrime di pece di Margherita Burcini, composte da centinaia di fili di corda su cui si innestano migliaia di cristalli di pece che, scendendo dagli alberi, riflettono la luce della campagna; poco distante la miniera di Amleto, affidata a un custode che raccoglie i sogni prima che si dissolvano; e, lungo il canale, il Secret Garden, dove i ritratti femminili recuperati da Alessandra Calò si accompagnano alla voce di Elena Bucci. Camminare tra queste presenze significa accettare che nulla di ciò che si vede è destinato a rimanere, e che la cura riposta in ogni dettaglio vale proprio in quanto effimera. Poi cala la sera e lo scenario muta. Il buio, che altrove la città tiene a distanza, torna qui a essere, non senza un iniziale senso di estraniamento, una componente piena del rapporto con l’esterno. Gli occhi, riabituandosi alla penombra, riscoprono un modo diverso di percepire; i suoni si fanno più nitidi, gli spettacoli reclamano silenzio. In questa sottrazione di luce la fruizione artistica diventa responsabilizzante: si sta dentro un luogo precario, naturale e fragile, che necessita di essere rispettato, conosciuto e vissuto nei suoi ritmi, percorsi, materiali, accettando di spostare il baricentro dell’esperienza da noi a ciò che ci circonda. Del resto, il cuore etico del festival risiede nell’affidare alla circolarità e al riuso un principio di metodo: raccolta differenziata, materiali biodegradabili per le land art e per le costruzioni, strutture recuperate di anno in anno, balle rimesse in circolo al termine della rassegna, con cui si congeda l’ restituendola ai campi. Nel riscoperto buio ho incontrato gli spettacoli. Ogni sera, nella barca sospesa, versi riempivano l’aria con l’appuntamento delle Foglie di poesia a cura di Sofia Zoli. Nella serata di venerdì 10 alla piazzetta di Esperanza, Ermanno Cavazzoni - lo scrittore della luna, quella del Poema dei lunatici da cui Fellini trasse La voce della luna - ha raccontato, accompagnato dalla chitarra del romagnolo Alfredo Nuti, stralci della sua Storia di un’amicizia, libro dedicato al lungo sodalizio con Gianni Celati, da cui è nato
C’è stato un ridere di gusto, e anche un certo stupore che si potesse non essere rompicoglioni, con l’amicizia a farsi forma stessa della letteratura.
Poco dopo, alla Golena dei Poeti, Andrea Cosentino ha rovesciato il registro con Primi passi sulla luna: dallo sbarco del 1969, evento mediatico prima che scientifico, l’attore misura l’inafferrabilità del reale in un’epoca in cui verità e rappresentazione si confondono, e dietro la parata di personaggi improbabili cela uno squarcio intimo sulle fragilità dell’infanzia. A chiudere la notte, sul palco centrale, gli Zu: baritono, basso e batteria dei maestri del jazz-core romano, che impastano metal, noise ed elettronica; nel Veliero Vitalba invece, Don Antonio con Elisabetta Delprato e Arianna Pasini si esibiscono in un concerto celebrativo dell’uscita del disco Dopo Tutto.

Don Antonio, Arena delle Balle di Paglia, ph. Stefano Tedioli

Se il venerdì appartiene alla luna, il sabato è dell’infanzia e delle contronarrazioni. Si comincia, alla Golena dei Poeti, con Lo sciame, il lavoro corale nato a Lugo per la Scuola Teatro La Bassa e curato da Roberta Xella: una decina di interpreti dà corpo a una riflessione sul potere e su chi lo sfida, mossa da una frase di Suzanne Collins
il potere che aveva il controllo, poi, doveva essere più grande degli individui, e questi l’avrebbero sfidato
che qui, in uno spazio costruito da una comunità, suona tutt’altro che astratta. Sul palco centrale arriva poi L’Aviatore Errante e il Piccolo Principe, la nuova creazione del Teatro dei Venti di Modena firmata da Stefano Tè su testi di Azzurra D’Agostino.

Teatro dei Venti, L'Aviatore Errante e il Piccolo Principe, Arena delle Balle di Paglia, ph. Stefano Tedioli

La vicenda si apre dopo la scomparsa del Piccolo Principe: è l’Aviatore, ora, a mettersi in cammino in cerca di uno sguardo capace ancora di stupirsi, di creare ponti, non fratture, e di ricercare la pace. Al centro c’è la stessa utopia che attraversa l’Arena: immaginare, a partire dall’infanzia, forme diverse di convivenza. La serata si conclude con i Santamarea, con il loro esordio Anime Storte: un quartetto votato a restituire voce a chi ha la forza di seguire itinerari personali, e la capacità di intravedere nella fragilità una potenza generatrice. Alla fine, la targa di Baldini smette di essere un indovinello. L’Arena delle Balle di Paglia non è soltanto una proposta di spettacoli: è convivialità, condivisione, emozione, rispetto; è decompressione, respiro, contatto. È un luogo che si regge sull’amore dei volontari di Primola per il proprio progetto e la propria terra, due cose che qui procedono insieme, dal momento che il festival permette di conoscere e attraversare un territorio che, a sua volta, ha reso possibile immaginarlo. Sono stata accolta da un calore e da una prossimità che di rado si incontrano, e me ne sono andata da Cotignola con la tristezza di chi ha conosciuto persone e luoghi incredibili e con la certezza di rivedere l’anno prossimo una nuova Arena, ricercando negli anfratti i residui della precedente. A cosa serve un luogo simile? A niente di misurabile. E, proprio per questo è indispensabile.

Festival osservato: Arena delle Balle di Paglia
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS