TourFest 2026 | Un festival che accompagna


Di Sara Maria Trainotti

Arrivata a Campsirago, antico borgo ai piedi del Monte San Genesio (protettore di artisti e attori), per la XXII edizione del Giardino delle Esperidi Festival, diretto da Michele Losi, mi aggiravo tra le strette vie acciottolate e esploravo le varie stanze dei luoghi abitati dalla manifestazione. Sede principale è Palazzo Gambassi, cuore delle attività e della vita del festival, con la sua corte che diviene sia palco sia luogo d’incontro tra i partecipanti che possono godersi una birra in compagnia e scambiare due chiacchiere prima o dopo uno spettacolo. Questa atmosfera di quieta serenità che sembra essere il risultato evidente della suggestione del luogo con la vista delle luci della città in pianura e il fresco dell’altitudine è in realtà il risultato di decenni di presenza artistica nel territorio. Nel fotolibro curato da Simone Casetta si vede come negli anni Novanta il paese si animasse grazie al festival, allora Campsiragoteatro. Mi è subito balzata all’occhio una frase:
una terra segnata da balze, e terrazzamenti e boschi di castagni, difficile eppure amica per chi la rispettasse e la amasse come eterno rifugio della vita.
Credo che sia la perfetta sintesi del mandato ereditato da Campsirago Residenza: rendere questo luogo vivo amandolo e abitandolo attraverso processi di ricordo, cura e valorizzazione. Anche in questa edizione la missione è chiara: “dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba. La barca della vita è approdata alla sua riva: la luce del sole splende abbagliante”.

La prima serata
Nel secondo weekend di festival, il 4 e 5 luglio, il programma si presenta denso e intenso, ma il pubblico si muove in naturale scioltezza da una performance all’altra. Questo sentiero invisibile era parte attiva nella costruzione della comunità del Festival: operatori, abitanti dei comuni di Colle Brianza e avventori che insieme aderivano a questo patto magico di vivere uno e molti luoghi attraverso le arti performative. Il sabato pomeriggio inizia con l’anteprima site specific nello spogliatoio della sauna della residenza, My Age #estratti di Silvia Gribaudi con Qui e Ora Residenza Teatrale (Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli), che con arguta ironia esplorano il confine sociale e biologico dell’età.

Silvia Gribaudi, My Age #estratti, Il Giardino delle Esperidi, ph. Alvise Crovato

Alla fine ognuno scopriva che alla domanda “Quanti anni hai?” si può rispondere con tre numeri diversi a seconda della propria età anagrafica, percepita e desiderata. Poi, lo studio Passato remoto di e con Oscar De Summa, un monologo con proiezioni che partendo da un evento traumatico autobiografico rivela come alcuni non detti familiari agiscono involontariamente per molte generazioni. La notte poi è diventata la scenografia naturale di Se domani di Elisa Sbaragli con Lorenzo de Simone e Alice Raffaelli in una performance che metteva in luce l’ansia e la logica della prestazione che portano allo sfinimento solitario.

Elisa Sbaragli, Se Domani, Il Giardino delle Esperidi, ph. Alvise Crovato

Con movimenti ripetitivi e meccanici che sembrano esaurire l'identità dei due performer fino al momento in cui si incontrano, dove la pressione diviene più leggera e i movimenti si fanno fluidi e sciolti. Ci siamo poi salutati con Canto Verticale di Giuseppe Di Bella, un concerto di chitarra e voce al chiarore della luna, dove i testi delle canzoni (in siciliano, italiano, francese e portoghese) creano immaginari fantastici a partire dal mare, dai miti greci, dalla verità oscura delle fiabe per la buonanotte.

Errando per antiche vie: 16 ore di cammino da Mondonico al Monte Barro
La domenica ho partecipato alla seconda edizione di Errando per antiche vie.

Michele Losi, Seigaku, Errando per antiche vie: Il Buddha silente del Monte di Brianza, Il Giardino delle Esperidi, ph. Alvise Crovato 

Il Buddha silente del Monte di Brianza: una pratica di attraversamento dei luoghi del Festival e dei suoi dintorni guidata da Michele Losi e dal monaco giapponese zen Seigaku, dove cammino e meditazione nella natura sono interrotti da sette pratiche performative site specific, ognuna collegata a un chakra per poter scendere in profondità e in connessione con il proprio spirito e il proprio corpo. Tutto è iniziato a Mondonico all’alba, per dare inizio alla giornata con un rito: dopo una pratica zen accompagnata al violoncello da Arianna Losi, viene consegnato a ognuno di noi, in tutto una trentina, un bastone la cui punta è stata temprata nel fuoco come simbolo di accompagnamento e guida tenace e come strumento utile a muoversi tra i sentieri dei colli lecchesi; l’invito è stato poi quello di camminare in fila indiana in silenzio per tutta la giornata per fare in modo che la pratica del camminare ci estraniasse dalle incombenze quotidiane, e attraverso il ritmo dei nostri passi e la bellezza della natura ci portasse a navigare nella nostra interiorità. Percorrendo oltre 20 km in 16 ore ognuno di noi ha avuto occasione di confrontarsi con se stesso, stancando il corpo fisicamente, ma purificando la mente e il cuore con le suggestioni nate dalle performance e dai luoghi attraversati. In questa prova di resistenza lo staff del Festival non ci ha mai abbandonati rifocillandoci durante le pause con bevande fresche e prodotti locali come marmellate, formaggi e frutta. A Campsirago, la mattina, si è esibita Erica Meucci con Nel tempo del serpente facendoci entrare nell’essenzialità e nella fisicità dello scorrere del tempo attraverso un meccanismo in cui un tubo di plastica attorcigliandosi su se stesso produceva un suono continuo e vibrante.

Erica Meucci, Nel tempo del serpente, Il Giardino delle Esperidi, ph. Alvise Crovato

Tra i boschi del Colle Brianza è comparsa, poi, Sofia Bolognini con Selvatica, coinvolgendoci in una riflessione su come la montagna e la natura possano essere trasformative e su come, proprio da esse, possiamo loro farci guidare nella pratica metamorfica della vita. Infine, su un crinale poco dopo Figina abbiamo assistito a Falena di Elisa Sbaragli con Alice Raffaelli dove la metamorfosi si è fatto materica nella performance trasportandoci nel ciclo vitale di un piccolo insetto, nella sua fragilità e nel suo desiderio di esplorazione tra la luce e l’ombra. Tra i luoghi attraversati, di particolare unicità è il borgo di Figina (Galbiate), in fondo a una larga vallata, con un monastero trasformato in azienda agricola, poche case e una antica chiesetta: un luogo tranquillo dove ci siamo ristorati durante la pausa pranzo. Ma anche la Chiesa di San Michele al Monte Barro (Galbiate), edificio incompiuto a cui manca il tetto, che ha concluso la nostra giornata ospitando la performance Nessun cielo è senza luce di Luca Maria Baldini e Salvatore Insana.


Attraverso video e suono, lo spettacolo ha portato in vita una sintesi spirituale di testi francescani e della teoria della liberazione per interrogare il passato, il presente e il futuro, chiedendosi quali possano essere i limiti tra vita e tecnologia; infatti parte dei suoi e dei video sono stati modificati attraverso l’uso di intelligenza artificiale. Un luogo perfetto dove la tecnologia edilizia dell’uomo nella sua incompiutezza ha ceduto spazio a una sacralità genuina e primigenia delle arti nella sua eterna evoluzione. Tornando verso il caos della città riflettevo che il segreto del successo annuale de Il Giardino delle Esperidi non è tanto nella misticità data dalla natura, da luoghi antichi e pratiche spirituali, ma soprattutto nella cura e nella dedizione con cui ognuno viene accompagnato, con cui viene reso partecipe al sogno comune di rendere Campsirago un luogo d’arte aperto a tutti. Questo coinvolgimento rende ogni esperienza significativa e porta al desiderio istantaneo di fare ritorno per l’edizione successiva.

Festival osservato: Il Giardino delle Esperidi
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS
Con il sostegno di Fondazione Cariplo